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Dai gilet gialli all’università: l’anno sotto assedio di Macron

Sin dall’inizio della sua presidenza, Emmanuel Macron ha trovato pane per i suoi denti. I francesi e le francesi non sembrano abbassare la guardia neanche per un momento nei confronti dei suoi tentativi di riforma neoliberista. Alla fine del 2018 è infatti sorto in Francia il movimento sociale più duraturo dell’ultimo decennio di storia europea, il fenomeno dei Gilets Jaunes ha infatti bloccato snodi logistici, rotonde, ingressi autostradali e centri città per più di un anno, alimentandosi del conflitto con il presidente e le politiche da lui incarnate. Se il movimento era nato in opposizione ad una nuova tassa sul carburante, ha quasi immediatamente assunto e compreso la propria posizione in un conflitto di classe riguardo alla transizione ecologica che si fa sempre più impellente. In questo conflitto, Macron ha da subito rappresentato la parte opposta della barricata. Le dimissioni del presidente sono quindi diventate l’obbiettivo minimo.

Dopo meno di un anno dall’inizio delle mobilitazioni dei gilet gialli, l’ennesimo attacco si materializza nella proposta di riforma del sistema pensionistico. Attualmente i lavoratori attivi finanziano il sistema pensionistico nel suo complesso, cosa che dovrebbe poi garantire una pensione degna per tutti (un modello che in Italia si è soliti chiamare “retributivo”). La proposta di riforma prevede il passaggio ad un sistema a punti (in Italia chiamato “contributivo”): ogni lavoratore otterrà dei punti proporzionalmente agli euro versati, da quanti appunti avrà accumulato verrà poi dedotta la pensione mensile che gli spetta. Inoltre la riforma prevede l’aumento della parte di risparmi gestibili da fondi privati, in primis BlackRock i cui maggiori investimenti sono in compagnie petrolifere.

Davanti ad un attacco così forte contro i salariati, i primi ed i più agguerriti a mobilitarsi sono stati i lavoratori dei trasporti (treni e metropolitana). Infatti i lavoratori di questo settore appartengono ad un regime pensionistico separato per la gravosità delle mansioni svolte. Con il passaggio al nuovo sistema subirebbero un innalzamento dell’età minima pensionabile da 55 a 62 anni. La rabbia dei ferrovieri e degli autoferrotramvieri ha trovato potente espressione in uno sciopero ad oltranza che ha provocato il blocco e la paralisi di Parigi per varie settimane. La conflittualità mostrata dai lavoratori francesi è anche frutto di scarso seguito dei sindacati (tra i più bassi in Europa), fattore che ha portato al diffondersi di pratiche di blocco e sabotaggio diffuse e diversificate.

La pretesa di unificazione dei numerosi regimi pensionistici è stato uno dei cavalli di battaglia del governo, in nome della semplificazione e dell’equiparazione dei trattamenti. L’accusa principale rivolta agli scioperanti è quella di essere “corporativisti”, ovvero di pensare ad interessi esclusivi di una categoria. Ma il movimento contro la riforma delle pensioni ha dimostrato di essere tutt’altro allargandosi a numerosi e diversi settori professionali e soggetti sociali, sviluppando un discorso comune ostile alle politiche “macroniane“. Alle accuse infondate si aggiungono poi mosse tattiche che palesano grande confusione: da subito infatti sono stati esclusi dalla riforma le forze dell’ordine e i militari; a seguito della protesta ampiamente mediatizzata del corpo di ballo dell’Opera di Parigi anche quest’ultima categoria ha ottenuto l’esclusione dal regime unico. Tante altre categorie tra dicembre e gennaio hanno raggiunto lo stesso risultato.

Ma sono anche altre le problematiche aperte in questa riforma: quanto valga uno di questi famosi punti non è ancora stato definito; trascurata la problematica delle discriminazioni di genere nell’accesso al mondo del lavoro; non chiarificato come verranno considerati i periodi di disoccupazione, malattia o maternità. Insomma la lacunosità di questo progetto evidenzia che lo scontro non è solo sul merito della riforma ma su un piano politico più alto: il governo e Macron devono cadere.

Parigi, sciopero generale del 5 dicembre
Parigi, sciopero generale del 5 dicembre

A partire da gennaio 2020 ha iniziato a mobilitarsi anche l’ambito della formazione. Sulla scia delle proteste contro la riforma degli istituti superiori e del Bac, equivalente dell’esame di maturità italiano, gli studenti medi, insieme ai docenti, si sono infatti attivati con grande rabbia contro la prima applicazione del nuovo esame in vigore da quest’anno scolastico. Ad una riforma che accresce il peso della disuguaglianza sociale all’interno della scuola, classificando esplicitamente gli istituti i fasce e ad aprendo a finanziamenti privati mirati, studenti, studentesse e docenti hanno contrapposto occupazioni e blocchi di licei e degli esami E3C di gennaio (prima parte del nuovo esame di maturità).

“BAC 2021 non siamo cavie!”

La pratica del blocco degli esami si è data anche in molte università per i partiels, esami generali di primo semestre. Le condizioni di totale paralisi dei mezzi pubblici di Parigi rendevano impossibile agli studenti delle estreme periferie raggiungere le facoltà per sostenere questi esami. Sulla spinta di questo avvenimento, il tema della riforma delle pensioni ha contagiato tutte le principali università francesi. Dalla sola protesta contro un sistema pensionistico contributivo che danneggerebbe pesantemente il precariato accademico, l’assemblea nazionale de “Facs et labos en lutte” (Facoltà e laboratori in lotta), che ha radunato più di 700 persone fra studenti, ricercatori e professori, ha individuato come proprio nemico la “visione neoliberale e autoritaria” dell’istruzione e della ricerca e “la mercificazione della conoscenza” (qui il comunicato conclusivo).

Blocco di un liceo a Parigi


La riforma delle pensioni, nel campo della ricerca, va ad accentuare ulteriormente la discriminazione di genere già presente in forma di gender payment gap. Con il sistema a punti le professoresse e le ricercatrici verrebbero ulteriormente svantaggiate, tenendo presente che di norma gli anni di lavoro precario prima di arrivare ad un contratto soddisfacente sono più lunghi rispetto ai loro colleghi maschi.

Per il 5 Marzo è prevista una giornata di blocco totale delle facoltà e dei laboratori per dare un segnale determinato al governo anche a partire dagli ambiti della formazione.
Le scuole e le università che hanno aderito superano già il centinaio.
Il 6 e il 7 Marzo, invece, si terrà il secondo coordinamento nazionale per organizzare i prossimi passaggi di lotta.

Per approfondimenti e aggiornamenti:
https://www.facebook.com/PayeTesFrais/
https://www.facebook.com/EmploiConditionsESR/

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