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La memoria storica e il suo utilizzo

Intervista ad Elia Rosati, uno degli autori del libro “Dopo le bombe. Piazza Fontana e l’uso pubblico della storia”

«Non so come ma ho la certezza che con la strage di pochi giorni fa, l’orrendo coro dei giornali e questo assassinio del Pinelli, è davvero finita un’età, cominciata ai primi del decennio. È possibile il silenzio degli uomini, dell’opinione, i difensori dello stato di diritto? Si, è possibile. La paura è veloce» . Così risuonano le parole del poeta Franco Fortini, che nell’immediatezza della strage del 12 dicembre 1969 nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, descrivono lucidamente quello che sarebbe diventato uno spartiacque politico e sociale della storia italiana.
Con questa citazione si apre il volume “Dopo le bombe. Piazza fontana e l’uso pubblico della storia”, libro che racchiude l’incontro tra diverse generazioni di studiosi volto ad affrontare, nella sua molteplicità di aspetti e livelli di comprensione, l’impatto dello stragismo di Stato e i suoi collegamenti con il presente. E’ infatti, prima di tutto, un lavoro di ricostruzione storica dell’attualità: da un lato per interrompere la damnatio memoriae e la «contro-narrazione nera» che attanagliano questo nodo irrisolto della Prima Repubblica, dall’altro per fornire gli strumenti utili ad affrontare la complessità di questo fenomeno e le sue conseguenze tangibili nel presente. Come afferma Ernest Renan «l’essenza di una nazione sta nel fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio comune, ma anche nel fatto che tutti abbiano dimenticate molte altre cose».
Oggi più che mai, a cinquant’anni dal periodo golpista e stragista, è necessario interrogarsi su «l’uso pubblico» della storia e in particolare su «l’abuso» di questa storia che ha contribuito a fondare: una cultura dell’emergenzialità, la delegittimazione politica delle lotte e la loro riduzione a puri problemi di ordine pubblico, la delega alla magistratura per la (ri)scrittura della storia.

Nel rispetto della salute di chi da sempre attraversa i nostri spazi e li fa vivere, l’edizione di quest’anno del festival in memoria di Francesco Lorusso è stata posticipa a data da destinarsi, nella speranza di poter fissare una data il prima possibile.

In attesa allora del festival, proponiamo un’intervista ad Elia Rosati, relatore del dibattitto “La memoria storica e il suo utilizzo” e co-autore del libro “Dopo le bombe. Piazza Fontana e l’uso pubblico della storia”

Di seguito l’intervista integrale e un breve riassunto scritto:

Questo lavoro collettivo ha preso vita per provare a dare un contributo tra i tanti che ci sono stati  nell’anniversario del 50esimo della strage di Piazza Fontana, in mezzo anche a una bulimia di libri scritti per lucrarci sopra.
Quello che interessava agli autori, che oltre a Elia Rosati sono Mirco Dondi (postfazione), Aldo Giannulli, Davide Conti, Giulio D’Errico, Elio Catania, Erica Picco, Sara Troglio e Fabio Vercilli,  era portare nel dibattito il tema dell’uso pubblico della storia, tramite una rilettura di quanto Piazza Fontana, un evento fondamentale della storia dell’Italia repubblicana ha significato anche dopo, pure per quanto riguarda la vita di milioni di donne e uomini che proprio in quegli anni riprendevano in mano il proprio futuro combattendo per la loro condizione di classe, nelle università nelle fabbriche e nei quartieri, aldilà della narrazione per cui c’è un ‘68/’69 bello e degli anni 70 che sono solo l’anticamera del terrorismo.
Cio che si voleva era anche inquadrare questa strage in un quadro europeo, poiché bisogna parlare di una strategia della tensione europea e tener presente come questa strategia di controrivoluzione utilizzava i fascisti come burattini.
E’ necessario avere  un punto di vista ampio fuori dai nostri confini nel collocare questa vicenda e non solo quello provinciale, poiché si rischiano vari errori, come cadere in una visione pacificatrice e leggere gli anni ‘70 con il solo paradigma della violenza.
Un altro provincialismo in cui si rischia di cadere è quello di pensare che in un momento in cui in tutta Europa vi erano movimenti rivoluzionari questa strategia della tensione fu attuata solo per affondare il PCI, poiché in realtà si parla di un mondo ampio di movimenti sociali.
Elia Rosati nel particolare si è occupato in questo libro della narrazione dei fascisti, che hanno provato a dare la loro versione, diventata poi mainstream.
L’idea centrale del libro è che la storia è un campo di battaglia politico, sociale e culturale.
L’uso pubblico della storia sconfina in qualche modo nell’abuso, in questo caso come la lettura del PCI citata prima o quella della destra, che prova a scrollarsi di dosso la responsabilità.
Un grande abuso della storia è quello dei grandi misteri d’Italia, poiché vuol dire non dare esecutori  e significato a fatti come quello della strage di Piazza Fontana, perdendosi in una ubriacatura di cose che non si capiscono e che quindi non si possono giudicare, anestetizzando il portato storico di quelle vicende.

Chi è Elia Rosati?
Nato nel 1980, svolge attività didattica e di ricerca di storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano. Dal 2016 è anche docente a contratto presso il Dipartimento di Studi Storici. Il suo terreno di ricerca politologica e storiografica è l’Italia Repubblicana ed in particolare la destra neofascista dal dopoguerra ad oggi. Tra le sue ultime pubblicazioni troviamo “Storia di Ordine Nuovo”, con Aldo Giannuli (Mimesis 2017) e la monografia “CasaPound Italia. Fascisti del terzo millennio” (Mimesis 2018).

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