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Giovedì 9 aprile: giornata di solidarietà con le persone detenute

Oggi, giovedì 9 aprile, abbiamo promosso una giornata di solidarietà a Bologna in sostegno alle persone detenute, mostrando cartelli, manifesti, e striscioni di solidarietà dai nostri balconi fino alle strade. Abbiamo sentito il bisogno di mostrare loro la nostra vicinanza e di dar voce alle rivendicazioni che da oltre un mese in tutte le carceri chiedono tutela della salute e dignità, e provvedimenti di liberazione che sottraggano tutte e tutti da situazioni di pericolo.
Bologna è la città che ha visto morire il primo detenuto per Covid-19, trasportato in ospedale già in condizioni di avanzata gravità.
Vincenzo Sucato aveva 76 anni e varie patologie pregresse, faceva dunque parte di quelle categorie a rischio che andavano maggiormente salvaguardate.
La sua morte ha portato allo scoperto l’incompatibilità della condizione detentiva con il rispetto del diritto alla salute ed al soccorso tempestivo in caso di emergenza.
Il carcere – e la Dozza non fa eccezione – è l’antitesi della prevenzione e cura, per condizioni igieniche, per sovraffollamento, per una sanità penitenziaria già inadeguata in condizioni normali.
Lo è anche per scelte scellerate, come quella di trasferire un’intera sezione di Bologna (la AS3), nel pieno corso dell’epidemia, in altri penitenziari.
Scelta non solo vessatoria per detenuti e familiari, ma anche pericolosa: è di ieri la notizia del trasferimento di un detenuto asintomatico dal carcere di Bologna a quello di San Gimignano dove, alla prova del tampone, è risultato positivo, generando comprensibile paura anche nel penitenziario toscano.
Il 29 marzo un sindacato della polizia penitenziaria denunciava la positività di 9 medici, 15 infermieri, e due agenti in servizio alla Dozza.
Cinque i contagiati ufficiali fra i detenuti, ma come poterlo sostenere, se il 90% di loro non è mai stato sottoposto al tampone ?
Un mese fa, un vasto movimento di protesta ha attraversato 40 istituti penitenziari in tutta Italia.
Ci sono state ventisette rivolte e proteste in oltre 40 carceri, ma non le si è volute ascoltare.
Non si è voluto ascoltare la voce di chi ha paura che la sua pena si converta in una condanna a morte.
Ci sono stati 14 morti su cui è calato il silenzio, dopo averle liquidate come overdose di stupefacenti ancor prima di una qualsiasi autopsia.
Non ne vogliamo contare altre.
Le testimoninanze di punizioni collettive, deportazioni forzate, deprivazioni e pesataggi non sono mancate.
In questa situazione pericolosissima, che rischia di trasformare ogni prigione in un lazzaretto, crediamo che le uniche soluzioni possibili siano provvedimenti di liberazione come chiesto a gran voce dai detenuti e dai loro familiari.

Compagne e compagni di Bologna
Rete bolognese di iniziativa anticarceraria

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