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A Pedro

In attesa dell’anniversario dell’uccisione di Francesco Lorusso dell’11 marzo, ci teniamo a ricordare un altro militante comunista ucciso dalla brutalità della forze dell’ordine italiane. Parliamo di Pietro Maria Greco, da tutti i compagni conosciuto come “Pedro”, ammazzato nell’androne del palazzo dove risiedeva latitante a Trieste da uomini del Sisde (servizi segreti) il 9 marzo del 1985.
Riportiamo una cronaca di quella giornata presa dal sito di controinformazione sulla repressione senzacensura.org

“Pedro esce di casa, dall’appartamento al terzo piano; una volta giù decide di rientrare.
Appostati all’esterno ci sono 4 sicari dello Stato italiano. Sono Nunzio Maurizio Romano, agente del Sisde (che ha il compito di riconoscerlo); Giuseppe Guidi, viceispettore della Digos; Maurizio Bensa e Mario Passanisi, agenti della Digos di Trieste.
Il Romano, il Guidi e il Passanisi entrano nello stabile e si mettono in agguato nel sottoscala. Quando Pedro discende le scale il Romano gli si para davanti e spara due colpi calibro 38 a meno di mezzo metro di distanza che lo colpiscono ai polmoni. Immediato il fuoco incrociato degli altri due poliziotti killer che colpiscono Pedro con pallottole calibro 9 alla spalla e alla gamba.
Nel piccolo atrio si conteranno successivamente i segni di almeno una dozzina di colpi.
Pedro fa appello per l’ultima volta alla sua straordinaria forza di volontà, uscendo in strada e impedendo così che tutto si svolga senza testimoni. Esce, ferito mortalmente, parecchi passanti lo sentono gridare “mi vogliono ammazzare mi vogliono ammazzare”. Il Bensa, rimasto all’esterno dello stabile, appena vede Pedro gli spara, alle spalle.
Pedro si accascia sanguinante dopo pochi metri. Il Passanisi lo ammanetta.
Trasportato in ospedale con notevole ritardo, muore verso le 11.50.
Non ci sono dubbi sulla premeditazione dell’omicidio.
L’agente del Sisde che non avrebbe dovuto nemmeno partecipare ad operazioni di polizia, ha invece determinato l’agguato di via Giulia. E’  stato lui a decidere di entrare nello stabile e a sparare per primo.
Alla notizia della morte di Pedro migliaia di comunisti e proletari scendono con rabbia e con dolore nelle piazze, da Trieste a Padova, dalla Calabria a Parigi per denunciare lo stato assassino e rivendicare l’internità di Pedro al movimento di classe e la sua identità rivoluzionaria ed internazionalista. Giungono comunicati di solidarietà dai compagni prigionieri d’Italia, Spagna, Francia.”

Come tanti compagni, Pedro era un emigrato dal Sud, calabrese, che con fatica aveva studiato e insegnava matematica per mantenere la propria famiglia rimasta in Calabria. Per tutti gli anni Settanta era sempre stato in prima fila in occupazioni abitative e lotte antifasciste. Anche Pedro fu fra i tanti compagni padovani e non inquisiti nel processo 7 aprile per reato associativo montato dal magistrato Pietro Calogero nel 1979. Prosciolto una prima volta grazie alla mobilitazione dei compagni, il potere non smise mai di dargli la caccia per stroncare le avanguardie rivoluzionarie.
Un’anno dopo la sua uccisione, al famoso processo 7 aprile nel ’86 i coimputati di Pedro, con lo stesso identico mandato di cattura, vennero assolti e tornati in libertà.

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