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UNIVERSITÀ E MOLESTIE: SUI NOSTRI CORPI VOGLIAMO DECIDERE NOI!

Oggi in Senato accademico verrà discusso e approvato un nuovo regolamento per quanto riguarda le molestie in università.
Già pensare che qualcuno si riunisca in un senato per “decidere” sulle nostre vite e i nostri corpi, senza la presenza e la voce di studentesse e studentu… è una cosa che pone dei dubbi e delle problematiche.

Quello in vigore è un regolamento finto e inaccettabile, non si nomina neanche il corpo studentesco come parte da prendere in considerazione quando si parla di molestie in università.
Il regolamento in vigore sembra non voler vedere quella che è la realtà dei fatti: ossia un contesto universitario che è specchio e strumento di disciplinamento patriarcale e sessista che si abbatte su tutte quelle soggettività dissidenti, sulle donne e sui corpi non conformi di studentesse e studentu che attraversano quotidianamente aule e biblioteche, lezioni ed esami.
Studentesse, studentu e studenti che sono la vera linfa vitale dell’università.

Abbiamo saputo di una richiesta di rivedere e “modificare” il regolamento, a cui l’UniBo ha risposto con una propria, sterile riformulazione.
Le proposte avanzate sono inaccettabili e preoccupanti:
– limite di tempo di 90 giorni per denunciare una molestia
– favoreggiamento dell’incontro tra denunciante e denunciato
Queste, sono solo alcune tra le tante su cui vogliamo soffermarci in questo momento.
Ci chiediamo: 90 giorni bastano per elaborare e denunciare una violenza? Chi lo ha scelto? Su quali basi? Con quale presunzione?
Noi crediamo che l’elaborazione di una molestia non possa assolutamente e in nessun caso passare da tempi prestabiliti da terzi in nessun caso.
Le violenze non vanno in prescrizione!

In un contesto univesitario, ritrovarsi davanti “il professore x” in una posizione di potere, durante una lezione o in un contesto di “prova e giudizio” come quello di un’esame, ci farò inevitabilmente percepire come impotenti senza avere strumenti collettivi, pensati e ragionati.
Non vogliamo strumenti usa e getta, non vogliamo regolamenti standard.
Lo squilibrio di potere tra professore e studentu non viene mimamente calcolato come elemento che potrebbe spingere a evitare l’esposizione di chi denuncia, cosa che succede quotidianamente a ogni donna che decide di non tacere.

Ci chiediamo poi da dove venga questa intensa spinta al dialogo e all’incontro che l’UniBo vorrebbe in questo caso.
Noi, abbiamo avuto modo di conoscere molto bene questo governo universitario e no, non ci facciamo fregare da queste presunte assunzioni di responsabilità di facciata (in cui ricordiamo: molte scelte dovrebbero spettare a studenti,studentesse e studentu, non all’università).
L’università : quella dei manganelli in biblioteca; è quella delle porte in faccia agli studenti; è quella della celere per chi chiede una mensa accessibile e di qualità;l’università che sempre più ha chiuso spazi, fisici e di dibattito.
Ora invece, perché si chiede dialogo? Dialogo tra chi? Tra chi molesta, tra chi agisce violenze e chi le ha subite?
E’ sconvolgente la richiesta che viene fatta dall’università, cieca davanti all’evidenza di una doppia violenza attuata su coloro che già l’hanno subita.
Non vogliamo dover incontrare i nostri carnefici. Sappiamo bene che questo è solo un altro tentativo di dissuaderci a parlare, mettendoci davanti a confronti inopportuni e a loro volta estremamente violenti che vorrebbero far cadere su di noi le responsabilità di quello che ci succede.
Chi denuncia e chi è denunciato non sono sullo stesso piano, non c’è dialogo obbligatorio a cui potranno sottoporci.

E’ rabbia quella che proviamo leggendo questa infame proposta.
E’ la rabbia di chi ha scelto di non subire più, di alzare la testa e di andare oltre l’essere vittime che vorreste che fossimo, è la rabbia di chi non è più disposta ad accettare di sottoporsi a iter violenti, è la rabbia di tutte e tuttu noi che, dall’università, al lavoro, alle mura domestiche, vogliamo urlare a gran voce che esistiamo e che non vogliamo essere più vittime.

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