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Flussi di merci e diffusione del Covid-19: tra riappropriazione del desiderio di interconnessione e prospettive di lotta

Riportiamo qui la trascrizione dell’intervento di UTR-Ecologia Politica Bologna all’interno del Webinar “Covid-19 e crisi climatica, la rivoluzione nella rete della vita” dello scorso 2 maggio.

Locandina di lancio del webinar “Covid19 e crisi climatica: la rivoluzione nella rete della vita”

Com’è noto, la trasmissione delle malattie negli umani è sempre stata accelerata da grandi movimenti degli stessi, in particolare ciò che storicamente ha influito di più sulla diffusione di grandi contagi, come la peste nel medioevo, sono stati la guerra e il commercio. Due aspetti estremamente legati l’uno all’altro.

Se prima dell’avvento del capitalismo la diffusione di patogeni su larga scala impiegava anni ad avvenire, con il suo sviluppo la velocità di questo processo è drasticamente aumentata, cosicché, virus come quello dell’ “influenza spagnola” nel 1918 impiegasse giusto qualche mese per diventare incisivo a livello globale, seguendo il percorso tracciato dalle battaglie e dal trasporto di materiale militare durante la Prima Guerra Mondiale.
Con il capitalismo avanzato, il “Capitalismo just in-time”, basato in gran parte sui flussi di merci dettati dalla logistica, un virus come il Covid-19, ci ha messo giusto qualche giorno per riversarsi in tutta la Cina e qualche settimana per arrivare ovunque, passando per l’ Asia orientale, il “Medio Oriente” devastato dalla guerra e dall’estrazione di petrolio, l’Europa, il Nord America e poi arrivare ovunque.

Il capitalismo non solo ha permesso l’emergere di un virus a noi sconosciuto, causato dalle devastazioni di ecosistemi, che hanno portato a squilibri di relazioni millenarie tra specie, cosicché microrganismi senza casa l’abbiano trovata nel bestiame immesso in quei territori per gli allevamenti intensivi, ma ne ha anche provocato la totale diffusione, sia tramite il commercio di quella stessa carne infetta, che tramite i continui flussi di tutte le altre merci, resi sempre più istantanei anche dalla scarsa attenzione sanitaria e dal risparmio sulle misure di prevenzione per la salute dei lavoratori e delle lavoratrici, un’altra grande fetta di vita devastata e sfruttata per il bene del profitto.
Numerose mappe di tracciamento ci mostrano come la concentrazione di infezione coincida con le concentrazioni di produzione, i centri di trasporto e i magazzini. Ennesime indicazioni di come il virus si sia propagato tramite i circuiti del capitale e non per una trasmissione comunitaria casuale. (Ma continuano a dirci che la colpa è dei runner ndr)

All’emergere dell’epidemia è stata subito avanzata un certo tipo di retorica, che si è tradotta nella chiusura immediata dei confini tra Stati, per esprimere grande prontezza d’azione e presa di posizione responsabile sulla sicurezza dei cittadini. Questo ci mostra ancora una volta come questo tipo di discorsi giochino a favore di altri interessi e siano in realtà una facciata per mostrare una finta efficacia delle istituzioni governative, che speculano sulla vita delle persone per accumulare consensi. Poiché mentre i confini venivano istantaneamente chiusi alle persone, per il flusso di merci questo non è mai avvenuto: non si è mai fermato e a continuato a prosperare, per ingrassare i soliti portafogli, mentre contribuiva al dilagare del virus. Sicuramente un rischio che per il bene dei profitti valeva la pena correre. Nel frattempo, per esempio negli U.S.A. chi lavora nella raccolta e nello spostamento dei raccolti tra campi e magazzini per l’approvvigionamento alimentare – che per la maggior parte sono immigrati senza documenti e tutele di alcun tipo- è stato dichiarato come lavoratore essenziale, come si sta cercando di fare con praticamente qualunque settore lavorativo,anche se questo non protegge dell’espulsione chi potrebbe essere soggetto a rimpatrio,cosa che potrebbe tranquillamente accadere quando alla fine della stagione non sarà più considerato utile.

In tutto il mondo governi di ogni tipo fanno mosse per la salvaguardia del neoliberismo, che nel frattempo cerca di sfruttare la crisi per radicarsi ancora di più, mentre la salute di persone e territori viene sacrificata per il profitto. Infatti proprio per sopperire alle conseguenze di una pandemia sull’economia, stanno venendo meno tutele dei lavoratori e norme ambientali per facilitare il flusso intensivo di merci, mosse da un settore che oggi più che mai si dimostra essere vitale per il capitalismo, specialmente in condizioni come quelle odierne, in cui le consegne a domicilio sono essenziali per la distribuzione. Ma questo va oltre alla consegna casalinga, perché non si può produrre niente e non si può garantire nessun servizio se ciò che lo permette non viene fatto e spostato dalla mano del lavoro. Se questi circuiti hanno contribuito al diffondersi della pandemia, anche le azioni dei lavoratori e delle lavoratrici su di essi, possono contribuire a creare nuovi rapporti di potere di classe, vista la loro essenzialità. Ma non solo, la supply chain ci mostra come oggi tutti i settori lavorativi siano connessi nel globo, quindi le azioni di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori possono avere un impatto che vada oltre l’immediato posto di lavoro, ma é necessaria una collaborazione molto vasta per potersi permettere di fare cortocircuito, tenendo conto di un ricatto salariale che impone di scegliere tra il rischiare la vita e il non mangiare.


Se è vero che il mondo non sarà più lo stesso, sono necessarie pratiche di solidarietà e di lotta dal basso per far sì che i cambiamenti non siano indirizzati sul mantenere le cose come sono, tenendo di conto che in questa partita il neoliberismo sta già avendo delle conquiste estremamente impattanti sulla salute delle persone e del pianeta e su cui difficilmente vorrà fare passi indietro, secondo la solita logica per cui la crisi economica che si sta scatenando si cercherà di farla pagare alla vita più sfruttata, per sostenere i profitti delle aziende, mentre ci si prepara all’incombere di altri disastri causati dalla devastazione ambientale.
Di fronte a questo scenario, dove vige un sistema globale che non ha unito le persone, ma che ha allungato i propri tentacoli di sfruttamento ovunque, è necessario riappropriarsi del sogno di essere realmente interconnessx senza limiti e confini e le lotte devono quindi intessersi a livello mondiale e mirare alto, per poter puntare ad una vita in cui si possa accedere non solo ai propri bisogni, ma ai propri desideri, anche tramite una battaglia per un uso della tecnologia e della consegna dediti alla reale interconnessione e allo sviluppo del benessere di persone, territori e del vivente tutto e non del profitto mortifero che si riproduce devastando la biosfera.

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