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Corpi, Salute, Territori. Welfare di prossimità e saperi transfemministi tra sfida e realtà

Questo webinar è realizzato a cura del Laboratorio Cybilla, laboratorio che nasce all’incirca un anno fa all’interno degli spazi dell’Università di Bologna per ribadire la nostra necessità di portare all’interno dell’università un sapere che sia transfemminista e femminista. Abbiamo creato questo webinar come laboratorio incentrato su corpi e salute, tematiche che sono già importanti di per sé ma che in un periodo come questo di crisi sanitaria, che è il risultato di anni di tagli al SSN, sono al centro le nostre vite più che mai. Per noi parlare di salute significa parlarne in termini non invisibilizzanti e che prendano in considerazione i corpi tutti nelle loro molte sfaccettature; significa parlare di una sanità che sia garantita, gratuita e di prossimità per tutti e per tutte, per tutti quei corpi non conformi e dissidenti; che sia garantita a tutte le donne non solo in un’ottica riproduttiva. Abbiamo visto come durante la pandemia, molti servizi che già di per sé sono precari sono stati sospesi o addirittura bloccati, come ad esempio il servizio dei consultori oppure l’accessibilità all’aborto. Vogliamo quindi parlare di tutti quei corpi che non sono considerati, che sono considerati inutili dalla società capitalista in cui viviamo, che sono considerati non produttivi; vogliamo andare oltre al prototipo del corpo, uomo, bianco, eteronormato, occidentale e pensiamo che costruire saperi femministi e transfeministi in questo momento sia più impellente che mai. Ringraziamo tutte le relatrici che sono qui con noi oggi, ringraziamo Alice dal gobbo, il collettivo Mujeres Libres Bologna, il consultorio autogestito Mi cuerpo es mio di Catania e l’Assemblea per la salute del territorio di Bologna.

Alice Dal Gobbo

Innanzitutto ringrazio il laboratorio Cybilla per questa importante occasione. Sono passati sette mesi da quando già ci eravamo trovate per parlare di corpi. Eravamo nel pieno della prima fase della pandemia, è stato un periodo molto complicato da interpretare, un momento di spaesamento. Ripartire dal corpo, dal nostro essere situat* da qualche parte, dalle nostre sensazioni, dalle nostre esperienze, da quello che sentivamo e da chi eravamo, è stato un modo di radicarsi e cominciare a dare un senso a quello che stava succedendo. Quello di cui ragionavamo allora, partire da una situazione di corpi da un lato messi a disposizione del processo di valorizzazione e dall’altra parte dimenticati nel loro essere dei corpi desideranti, singolari, mi sembra ancora una riflessione rilevante e attuale, anche in questa seconda fase. Cosa che forse non ci stupisce, ci troviamo sette mesi dopo quella chiacchierata e la risposta che è stata data ci lascia profondamente insoddisfatt*. La risposta che si sta in qualche modo concretizzando ora, in una seconda fase di grande incertezza e insicurezza, non va alle cause che avevano portato alla prima ondata pandemica: come si diceva nell’introduzione, per esempio, la gestione del welfare sanitario non è stata minimamente migliorata, non c’è stata una preparazione a questa seconda ondata che in ogni caso era attesa, anche pensando a questa prospettiva del vaccino come unica possibilità di uscire dalla crisi. Da un punto di vista del ragionamento sulle cause più profonde e più ampie, è fondamentale analizzare la crisi ecologica che abbiamo nominato tanto nei mesi passati e che è il risultato di un degrado ecologico che poi si riversa anche sui corpi umani. Questa e altre cause, nel tempo che è passato dalla nostra prima chiacchierata, non sono state affrontate in nessun modo.

Quello che mi pare sia successo è una normalizzazione dello stare male: tanto quanto il capitalismo contemporaneo, in particolare nella sua versione neoliberale, normalizza la crisi come suo modo di funzionamento e di produzione di profitto, allo stesso tempo in questi mesi c’è stata una normalizzazione del fatto che ci saranno dei corpi a perdere, dei corpi isolati, lasciati a morire, lasciati a stare male; dei corpi, come quelli femminili, che di nuovo si ritrovano in quelle situazioni tragiche di violenza domestica, di ipersfruttamento, di iperlavoro sempre non retribuito.

Mi sembra dunque che si possa dire che la risposta che è stata data alla pandemia è una risposta tipicamente capitalista e tipicamente patriarcale. Questo si articola in una serie di nodi di cui vale la pena ragionare.

Il primo è questa idea dell’uscita dalla crisi sanitaria attraverso un dispositivo tecnoscentifico, il vaccino: viene imposto sui corpi un tipo di sapere esterno e privato che valorizza la prospettiva della salute (o meglio, della risposta alla malattia), che poi probabilmente rimarrà più una prospettiva che una realtà. Abbiamo visto che il virus ha dei mutamenti così veloci, repentini e incontrollabili che probabilmente questo vaccino sarà soltanto quella prospettiva utile al mercato finanziario per continuare a sperare in una uscita dalla crisi, più che una risposta concreta alla crisi dei corpi di questa fase.

Il secondo nodo centrale è che la gestione governamentale dei corpi in questa fase si sta articolando secondo due direttrici, che rispondono se vogliamo alle due facce del potere moderno secondo la lettura foucaultiana. C’è da un lato una narrazione della salute (sia nel contesto pandemico ma anche in generale su corpi e salute) tipicamente neoliberale, individualizzante e responsabilizzante: ognun* deve essere responsabile della propria salute mettendo in atto determinati comportamenti (igienizzare le mani, indossare la mascherina…). Queste azioni chiaramente vanno fatte, ma la narrazione è stata spinta moltissimo su questo discorso della responsabilità individuale, ci è stato tante volte detto “se gli individui si comporteranno bene, usciremo da questa crisi”; questo discorso va di pari passo con quel tipo di narrazioni neoliberali sulla salute nelle quali il corpo deve essere reso abile, capace di stare dentro la società. In questo senso assistiamo a un dispositivo di biopotere, di potenziamento del corpo come sé individuale. Dall’altro lato c’è stata una narrazione e una pratica di governo più disciplinare, portata avanti dallo stato, che ha proposto l’istituzione sanitaria come risposta alla crisi ma che si è data come fortemente patriarcale – già nell’introduzione è stato nominato: tutto ciò che riguarda la salute riproduttiva ma non direttamente produttrice di valore è stato costantemente messo in secondo piano. Qui lo stato si è dimostrato non solo patriarcale ma anche paternalistico, un dispositivo capace di scegliere quale fosse il campo sul quale valesse la pena agire, quali corpi valesse la pena salvare e quali invece potessero essere lasciati a sé stessi.

In entrambe queste narrazioni mi sembra che il tema della salute venga svolto sempre in riferimento ad un corpo-cosa, un corpo fatto di una materia manipolabile e misurabile, un corpo che può essere valorizzato, che diventa un substrato funzionale alla riproduzione sociale e niente di più.

Chiaramente tutta questa risposta non soltanto è politicamente non desiderabile e problematica, ma è anche una risposta che si sta rivelando sempre più incapace di andare in una direzione “sostenibile”, che possa avere a che vedere con uno stare bene – nel breve e lungo termine. Quindi il tema della salute in questo contesto diventa centrale, nei termini per cui va rivendicato da una prospettiva diversa, in un’ottica femminista, ecologista, decoloniale, cambiando i termini delle rivendicazioni rispetto alla salute e ai corpi. Come prima cosa mi pare importante in questo contesto uscire da questa doppia trappola (salute come potenziamento individuale / come schiacciamento della singolarità e del desiderio singolari irriducibili rispetto ad una certa costruzione di cosa sia la salute, di cosa sia un corpo adatto). È poi necessario rivendicare una cura, delle forme di cura e di salute, che non siano mercificate, che possano andare oltre quell’imperativo della valorizzazione che invece caratterizza la risposta tecnoscientifica al problema (che chiaramente è tutta interna alla risposta patriarcale e capitalista). Quindi una delle prime cose su cui bisogna iniziare a ragionare sarà una cura e una salute pensate in termini di relazione, che è relazione sociale di corpi umani, ma anche relazione ecologica (relazione più-che-umana, e dei corpi con i propri territori).

È necessario cominciare a spostare il ragionamento su risposte alla crisi, pandemica e non solo, che possano essere collettive ma ricerchino un’autonomia, risposte non individualizzate, non individualizzanti, ma allo stesso tempo non dipendenti da istituzioni e narrazioni allineate ai poteri capitalisti, patriarcali e coloniali come quello dello stato. Andando più nel concreto, rivendicare pratiche e spazi per agire delle forme autonome di cura collettiva, e allo stesso tempo cominciare a ragionare sul tema del sapere, di un sapere che si possa liberare da quella narrazione, da quel dominio del sapere “maschio/bianco/coloniale”, che rende i corpi qualcosa di misurabile e valorizzabile.

L’assumere questa necessità di un sapere “dissidente”, di un sapere del corpo, localizzato, incorporato, non è soltanto un rivendicare il fatto del poter agire una propria forma di conoscenza rispetto al corpo nella sua materialità. Mi sembra che necessariamente questo passaggio dalla ragione maschile, bianca, eurocentrata che vede il corpo come una materia “scambi-abile” ci porti a ripensare necessariamente la salute in termini che non sono più solo di un corpo che funzioni, un corpo “adatto”, ma una salute che significa anche salute psichica, un benessere del vivere e dello stare bene. Allo stesso tempo, si gioca internamente a delle relazioni – non pensando il corpo come qualcosa di chiuso in se stesso che si può mettere a frutto attraverso cure o dispositivi “salutistici”.

Io penso che questa fase, se già sette mesi fa evidenziava una crisi sistemica e delle forme di esistenza, i mesi passati suggeriscono l’incapacità di questo sistema a rispondere in un modo che sia all’altezza della sfida che ci si pone. Rivendicare il tempo, le risorse, gli spazi, la possibilità di agire l’autonomia (riguardo alla salute dei nostri corpi, delle nostre relazioni e dei nostri territori) sarà quindi una delle più grandi sfide che ci aspettano.

Lavi – Assemblea per la salute del territorio

Comincio parlando dell’esperienza avuta in Corticella, nel quartiere di Bologna dove è nata la nostra esperienza come Assemblea per la salute del territorio. Corticella è la parte più periferica del quartiere Navile, ed è caratterizzata dall’alta concentrazione di persone anziane. A luglio, quando la prima fase dell’emergenza pandemica si stava risolvendo, senza alcun preavviso abbiamo visto la chiusura all’interno della nostra zona del Cup di quartiere, che era ancora presente negli spazi del Centro Civico di Corticella, che fino a qualche anno fa ospitava un poliambulatorio con diversi servizi e che negli anni aveva già subìto diversi tagli. Abbiamo trovato il Cup chiuso, con solamente un cartello scritto a mano che diceva sarebbe rimasto chiuso fino a data da definirsi, senza alcuna altra spiegazione. Chiaramente questa situazione ha fatto sentire molte persone prese in giro, un’istituzione non può dare una comunicazione su un servizio così importante in un modo simile: da un post indignato su Facebook si è quindi aggregata una moltitudine di soggetti che già in passato avevano vissuto la perdita di servizi di prossimità all’interno del loro territorio, che si sono auto organizzati per cercare risposte diverse a questa situazione. Spiegazioni per la chiusura del cup non ci sono state, ci rimangono quindi solo congetture: non ci sono state spiegazioni o comunicazioni formali, così come era successo per tutti gli altri servizi che erano stati chiusi. Questo senz’altro è una parte del problema: le decisioni vengono prese, non si sa da chi, senza alcuna condivisione con chi, di quei servizi, vive e ha bisogno. Un’ipotesi che si può formulare sulle motivazioni di questa chiusura è un reindirizzamento delle risorse, in un momento di emergenza, stabilito a discapito di quei corpi di serie B, una tendenza che l’emergenza sanitaria ha accelerato ed evidenziato. Gli anziani e le anziane della zona sono rimast* impoverit* di un servizio che per loro era facilmente accessibile a piedi ed ora non lo è più, nel momento in cui questi servizi di Cup e ambulatori sono stati spostati alla Casa della Salute, che in un quartiere grande come Corticella significa distanze anche di 8km, non percorribili a piedi e fino a poco tempo fa non collegate con i mezzi di trasporto (rispetto cui i primi miglioramenti si sono visti negli scorsi giorni proprio grazie alle lotte dell’Assemblea per la salute stessa). La ricaduta grave di questa cosa si è data molto quindi sull’autonomia dei pazienti, che hanno rinunciato ai servizi, si sono appoggiat* alle cure dei familiari (e sappiamo bene che coloro che si fanno carico del lavoro di cura sono proprio le donne, dunque altri soggetti che in questo periodo vivono una sovradeterminazione sul corpo particolare) o sono stat* costrett* a spostarsi in taxi, chiaramente sulla base delle proprie possibilità legate al reddito. È dall’inizio della pandemia che il soggetto anziano subisce una guerra psicologica fatta di paura, in cui abbiamo dovuto sentire dichiarazioni sull’assenza di posti in terapia intensiva: in caso di condizioni gravi non avrebbero quindi avuto accesso alle cure necessarie poiché i posti andavano mantenuti sulla base di una gerarchia dei corpi, in cui l’accesso alla cura diventa privilegio. Questa situazione di paura, in un momento in cui sono stati chiusi anche tutti i luoghi di aggregazione degli anziani, sale bingo, circoli, bar… ha significato, durante la pandemia, reclusione per moltissime persone: in particolare per quanto riguarda la popolazione anziana – che spesso è tagliata fuori dai mezzi di comunicazione ed era già affetta da un contesto di solitudine antecedente – con la propaganda della paura è stata relegata all’interno delle mura domestiche. In questo contesto chi ha preso certe decisioni si è chiesto perché spendere risorse per un Cup periferico e caratterizzato da questa demografia? Ulteriore riflessione riguardo ai poliambulatori riguarda la chiusura delle prestazioni non urgenti. Immaginiamoci per questo soggetto – che ha spesso bisogno di essere seguito su un livello di visite di controllo frequenti e “non urgenti” – quanto sia stata persa la possibilità di presa in carico di patologie croniche come quelle di cui soffrono gli anziani. Questo apre un’altra riflessione che riguarda proprio la sanità privata, una contraddizione che esplode nella possibilità di accesso alla salute sottostante alla disponibilità di reddito: chi si è visto tagliare la possibilità di accedere ai servizi di cui aveva bisogno, in caso di disponibilità di reddito ha potuto accedere a dei servizi privati mentre chi non avesse questa possibilità è stato lasciato indietro, come se la patologia fosse sparita. Rispetto a questo nodo la pandemia ha portato all’emersione di una realtà fino ad ora conosciuta soltanto a coloro che ci si erano dovut* interfacciare, la realtà delle CRA (Case Residenze per gli Anziani) e delle RSA (Residenze Sanitarie per Anziani), che sono comunità dove il virus, entrando e trovando soggetti particolarmente fragili, ha mietuto tantissime vittime. Queste istituzioni sono per lo più esternalizzate dal SSN al privato, a cooperative private ed enti di gestione privati: questo è un modo del Sistema Sanitario per non farsi carico degli anziani se non parzialmente, mentre le famiglie per poter accedere a questo servizio sborsano laute rette – in particolare perché in molti casi non è possibile avere una gestione a domicilio di queste situazioni. Con la crisi economica delle famiglie, causate dal lockdown, possiamo immaginare le difficoltà venutesi a creare nel sovvenzionamento di queste situazioni: come già dicevamo, ci sarà chi se lo è potuto permettere e chi no, e l’emergenza è stata una lente di ingrandimento che ha aggravato ed evidenziato queste problematiche. La crisi di queste situazioni tra l’altro non ha investito soltanto gli ospiti e i loro parenti, ma anche i gestori e il personale che vi lavora, per questo si stanno aprendo larghi ragionamenti sul futuro della gestione di anziani a domicilio, con l’aumento dei servizi infermieristici e di visite domiciliari sul territorio. Io penso, come diceva anche Alice, che questa prospettiva di medicalizzazione esemplificata col vaccino, non possa essere una soluzione se non parziale. Sicuramente il SSN deve prendersi in carico di più e meglio tutti i corpi che compongono la società e prestando particolare attenzione proprio a quelli che non sono conformi, perché hanno bisogno di risposte di salute particolari, perché i corpi non conformi non riescono a rientrare in categorie larghe e standardizzate, non rientrano nelle categorie “principali” di cui prendersi cura secondo la lente patriarcale neoliberista di lettura dei corpi; per questo hanno bisogno di particolari attenzioni – dove tra l’altro gli anziani vengono trattati in questo modo perché improduttivi. Questa medicalizzazione non può dunque essere la risposta che cerchiamo, questi servizi offerti come beni di consumo ai clienti, la salute come merce prodotta e dispensata da professionisti non sono le richieste giuste: la salute deve generarsi da una contrattazione costante e continua tra i professionisti, la comunità e gli individui, in cui tutte le parti che si mettono a contrattare abbiano le conoscenze giuste per prendervi parte. Questa infatti è un’altra problematica vissuta e acuita dalla pandemia, la conoscenza che non è condivisa dalla popolazione che dunque non può approcciarsi e prendere decisioni rispetto alla propria tutela e al proprio corpo. I corpi non conformi, fino ad ora, non sono stati ritenuti degni di entrare in questa dinamica, vivono di esclusione, infantilizzazione, oggettificazione: questa dimensione si può rompere solo con la costruzione di comunità in cui i bisogni non siano standardizzati ma le differenze vengano espresse (dove molto spesso ora non c’è neanche la capacità e la conoscenza necessarie ad esprimerle), analizzate in un continuo confronto ed integrate, costruendo saperi e conoscenze di parte, che siano malleabili e al servizio della possibilità di realizzazione di ogni persona. Penso che la realizzazione sia proprio il fulcro centrale nel cambiamento della concezione di salute: salute non più come fine ma come mezzo attraverso cui la realizzazione di ogni individuo sia possibile. Ricollegandomi ad alcune riflessioni espresse prima, penso che dovremmo riuscire a superare la scissione tra salute fisica e mentale: molto spesso il corpo è espressione della psiche e dunque la realizzazione dell’individuo e la sua salute devono essere complete, sia in un contesto più ampio che tenga dentro ecologia, reddito, relazione con la comunità, ma anche in un contesto di realizzazione personale che comprenda l’individuo nel suo complesso.

Ludo – Consultorio Autogestito Mi cuerpo es mio, Catania

Faccio una premessa al mio discorso per raccontare come siamo arrivate ad un consultorio autogestito: il progetto nasce all’interno di uno spazio occupato da quattro anni da studentesse e studenti universitari* idonei non assegnatari delle borse-alloggio. All’interno di quello spazio molte di noi hanno constatato un’esigenza effettiva, relazionandoci con il problema dei consultori, di ragionare un luogo che fosse per noi, un luogo che considerasse il benessere a 360 gradi – salute fisica e psichica, possibilità di curarsi, di avere un tetto sopra la testa, di realizzare tutti quei bisogni e desideri delle donne e delle soggettività non conformi. A partire da questo abbiamo deciso che la nostra città aveva bisogno di uno spazio femminista, accogliente per tutte, tutti e tuttu. La Sicilia è una regione con una percentuale di obiettori e obiettrici di coscienza spaventosa, in cui esiste un fortissimo definanziamento della sanità, dei consultori, dei centri antiviolenza – per fare un esempio, l’unica casa protetta non è a Catania: questo fa già intuire la condizione di isolamento che vivono le donne che hanno esigenza di rivolgersi a questo tipo di strutture. Viviamo in una città in cui quotidianamente affrontiamo la questione della tratta – essendo un consistente porto di arrivo – e in cui durante l’emergenza covid, come in praticamente tutte le città, sono stati chiusi tutti i consultori se non per seguire le donne in gravidanza non fisiologica, ed in cui ad oggi in centro città tutti i pronto soccorsi ginecologici sono stati chiusi, tutti i reparti di ginecologia e ostetricia hanno avuto dei focolai. Le donne quindi ad un certo punto non si sapeva più dove dovessero partorire – con conseguente aumento dei parti in casa, ipotesi alla quale moltissime donne non erano affatto preparate, non essendo quella la loro scelta. Quando abbiamo iniziato questo progetto, circa un anno fa, abbiamo avviato anche un’ampia ristrutturazione dei locali che è terminata in pieno lockdown, quando abbiamo iniziato ad operare sul territorio. La situazione con cui ci siamo confrontate – durante il 25N il comune di Catania ha fatto un resoconto delle quantità di denunce per molestie, stalking, ecc…, esponendole rivelando quindi l’enormità del problema – è stata una totale assenza di servizi per le donne, niente consultori, ospedali pericolosi ed inaccessibili, sfruttamento degli operatori/operatrici sanitari dei consultorio (ostetriche che da sole portavano avanti l’intero consultorio, comprese sanificazioni, appuntamenti…), sovraccarico dei centri antiviolenza (cui non arrivano fondi da anni). Questo era lo stato dell’arte quando abbiamo inaugurato il consultorio: per come ce lo eravamo immaginato, moltissime attività che avevamo in progetto non si sono potute svolgere per chiari motivi di tutela collettiva. Nonostante questo abbiamo colto l’occasione per costruire saperi condivisi, per formarci insieme (tra chi frequenta il consultorio, chi ci supporta con le proprie conoscenze e competenze mediche e sanitarie, chi ne fruisce): la dinamica molto bella che si è creata è che tutte coloro che hanno “usufruito” del “servizio” hanno preso a cuore il progetto, supportandolo e sentendosene parte. Abbiamo quindi provato a fare questo, inaugurare comunque gli sportelli psicologici e ginecologici – non essendoci alcuna forma di supporto e di servizio pubblico sono arrivate moltissime donne che si erano viste negate la possibilità di visite post-parto, supporto psicologico dopo il lockdown, semplici informazioni (nonostante teoricamente funzionasse ancora un servizio telefonico offerto dai consultori, raramente si riusciva a ricevere risposta). Altro tema centrale da questo punto di vista sono senz’altro le IVG (interruzioni volontarie di gravidanza), che dovrebbero essere tra i servizi essenziali, soprattutto data la limitatezza del tempo a disposizione (il numero limite di mesi entro i quali abortire non vede vie di mezzo, o lo riesci a fare nei tempi limite o devi tenere il bambino). In tutto ciò, in Sicilia la RU è fornita da un unico ospedale, che si trova a Palermo: a prescindere dalle norme nazionali in periodo di lockdown, era già una trafila molto pesante da seguire per le donne che non volessero sottoporsi all’IVG clinica, non farmacologica. In una fase come quella del lockdown sarebbe chiaramente stato utile un potenziamento delle RU come metodo abortivo, ma non è stato fatto: ancora non si hanno notizie nemmeno sulle nuove direttive regionali sulla base di quelle nazionali rispetto alla RU, si continua ancora a saperne nulla. In tutto ciò il Cervello di Palermo, ospedale che non serve solo la Sicilia ma anche le isole che risultano sotto la sua giurisdizione, ha chiuso il reparto di ginecologia e ostetricia e farlo diventare una parte di Covid Hospital. Noi stiamo facendo un corso di accompagnamento alla gravidanza, perché in questa fase anche stare accanto alle donne che scelgono la maternità è diventata una sfida – se non hai problemi di gravidanza, qui, in questo periodo, difficilmente hai accesso a qualsiasi servizio. Ci siamo dunque ritrovate a parlare con tantissime donne che non avevano idea di dove partorire, se i medici da cui erano state seguite le avrebbero seguite ancora, cosa fare se l’ospedale in cui avevano deciso di partorire veniva chiuso a ridosso della data del parto, se il partner o la partner sarebbero potut* essere presenti, ecc… Sulle IVG, durante gli effettivi mesi di lockdown è mancata completamente l’informazione: le procedure imposte (analisi, settimana di riflessione, certificati ecc) non venivano comunicate, o comunicate male, telefonicamente, portando molte donne a presentarsi in ospedale e vedere rimandato l’avvio della procedura. Oltre a questo, ci siamo trovate a seguire numerosi casi di donne positive al covid che volevano praticare un’interruzione volontaria di gravidanza e che ricevevano un tampone, palesando la loro positività al covid il giorno dell’IVG, e quindi rimandate a casa. In questo contesto c’è un danno psicologico alle donne estremamente rilevante, senza contare le donne che abbiamo seguito che alla fine hanno dovuto tenere il bambino, non essendo riuscite ad abortire in tempo. La procedura quindi qual è? Viene fatto il primo tampone, si sta in quarantena, viene fissato il successivo appuntamento durante il quale viene rifatto il tampone, se l’esito è ancora positivo l’IVG viene rimandata finché possibile, fino al giorno prima dello scadere del terzo mese, quando -in teoria – dovrebbero farti abortire anche se positiva: se una delle dieci strutture chiuse dalla regione Sicilia come ospedali fosse diventato un Covid Hospital, sarebbero stati evitati questi pesanti traumi psicologici a tutte le donne che scelgono di abortire, facendole arrivare all’ultimo giorno utile con la comprensibile ansia per il fatto che con l’insorgere di un qualunque problema, non ci fosse poi la possibilità di rimediare. La situazione che noi ci siamo trovate ad affrontare ha fatto emergere con ancora più forza la pervasività e la strutturalità della violenza nelle nostre vite: che esista una intenzione del patriarcato e del capitalismo di espropriare la possibilità di autodeterminare i nostri corpi, proprio per controllarci, durante la pandemia è diventato così ancora più palese. Tutte le donne con le quali ci siamo relazionate avevano ben chiaro il peso dell’attacco che c’è stato al corpo delle donne, durante questa pandemia, come se non ci si dovesse già sobbarcare dello stress e dell’ansia di stare all’interno di una pandemia globale, del fatto che avere figli a casa 24/7, dovendo fare attenzione al proprio lavoro, alla didattica a distanza, alla pulizia della casa, al benessere di tutto il nucleo familiare (questione della riproduzione emotiva). C’è dunque un palesarsi del livello strutturale della violenza sui nostri corpi inequivocabile; inequivocabile il fatto che il governo non si sia minimamente curato del fatto che paghiamo l’iva al 22% su tutto quello che riguarda il nostro corpo – dato che in lockdown, quando la gente non aveva i soldi nemmeno per comprarsi da mangiare, è diventato ancora più rilevante (assorbenti, detergente intimo…). In una situazione per cui migliaia e migliaia di mammografie per esempio sono state rimandate, se non c’è un’impellenza mortale non c’è alcuna cura per le persone che hanno esigenza di curarsi, figuriamoci nei confronti delle donne che già prima della crisi sanitaria affrontavano la carenza del sistema sanitario, consultori che funzionavano male, gli obiettori di coscienza, la RU poco accessibile… L’obiettivo che ci siamo poste con questo progetto non è mai stata la sostituzione del pubblico, ma invece costruire rapporti con i consultori pubblici, fare pressioni, lottare e portare avanti delle battaglie perché i consultori pubblici ridiventino quello che dovrebbero essere, degli spazi femministi, per le donne, di autodeterminazione e di libertà. Questo non lo sono più ed è evidente, c’è un’ambulatorizzazione dei consultori, una quantità di obiezioni di coscienza e di atteggiamenti giudicanti nei confronti delle donne spesso giovanissime che vanno nei consultori, non c’è un personale formato alle questioni di violenza di genere e non esiste neanche una dimensione di rapporto con il territorio. Confrontandoci anche con donne che hanno fatto parte delle esperienze di lotta che hanno portato all’esistenza dei consultori, una cosa che ci ha scioccate molto è l’inesistenza di un rapporto con il territorio. Dai questionari fatti durante il lockdown, metà delle donne non è mai stata in un consultorio, il 30% delle donne non ha nemmeno idea che esistano i consultori pubblici, e la cosa che ci è arrivata come più pressante difficoltà da parte delle giovani donne, dei giovani uomini, delle giovani soggettività che non si identificano nel binarismo di genere, è il fatto che non esista un livello di educazione sessuale e di educazione al piacere, in nessuna forma, nelle scuole (non c’è consapevolezza sui metodi di contraccezione, sul tipo di malattie sessualmente trasmissibili…). Ma oltre a questo e soprattutto non esiste un’educazione alla sessualità e al sesso intesa non solamente come malattie e problemi ma anche come educazione al piacere, soprattutto nel caso delle donne, per le quali tutto ciò che riguarda il piacere è un tabù storico per cui il sesso è utile solo alla procreazione mentre la sfera del piacere non è argomento rilevante per la società. Discutendo invece, soprattutto con assemblee di giovanissime, ci veniva posto il problema dell’educazione al piacere, di come eliminare la vergogna e il tabù dalle nostre vite; grazie all’aiuto di esperte di educazione sessuale stiamo provando a scardinarle con delle discussioni (anche se a rilento in questa situazione, in cui ci piacerebbe creare assemblee, momenti nelle scuole… ma ad ora non è possibile). Questo senza dubbio è un altro aspetto che dovrebbe essere centrale nei consultori, che dovrebbero quantomeno fornire sportelli di informazione sull’educazione sessuale, dei servizi come test di gravidanza gratuiti, preservativi maschili e femminili gratuiti anch’essi, come forma di supporto: non basta che ci sia l’aborto libero, è necessaria anche la contraccezione gratuita. La cosa che più ci ha spiazzate, che è un po’ slegata dalla situazione sanitaria dei consultori ma che è estremamente legata alla violenza maschile sulle donne, è un dato impressionante – spesso invisibile perché non si può con facilità rendere pubblicamente, ed è qualcosa di molto doloroso – che riguardo la violenza domestica. Non essendo i consultori degli spazi identificati come punto di riferimento, non essendo i centri antiviolenza finanziati e riconosciuti nel territorio ed in grado di offrire soluzioni a tutte, ci siamo trovate a fronteggiare una dimensione di bisogno di uno spazio non solo in cui chiedere aiuto ma anche in cui elaborare la violenza subita, in cui parlare della violenza che si è affrontata e farsi forza: una cosa che spesso ci è successa con donne che hanno voluto e potuto sottrarsi ad una posizione di violenza domestica, è stata l’espressione della necessità di elaborare questa cosa con altre. Non sono sufficienti, per quanto necessari, il supporto legale, psicologico, ma è necessario elaborare quello che è successo con altre, con chi queste cose le subisce ancora, perché l’esperienza di una è di aiuto e supporto all’esperienza di tutte. Per me chiaramente questa cosa è stata potentissima, ci ha fatte scontrare con che cosa significhi oggi affrontare un percorso di fuoriuscita dalla violenza, cosa significhi affrontarlo a maggior ragione in una fase di lockdown, cosa vuol dire essere poste davanti alla necessità di andarsene per salvarsi la vita; è stato per noi molto forte relazionarci con questa dimensione dell’effettività della violenza che subiamo tutti i giorni e anche col bisogno delle donne di discutere questa cosa insieme. La cosa che quindi stiamo cercando di fare, oltre al rapporto con i centri antiviolenza, in questa fase indispensabile, è anche ragionare cosa significhi davvero fuoriuscita dalla violenza, come possiamo affrontare questa questione, cosa – a proposito di welfare e servizi – viene offerto alle donne che hanno terminato un percorso di fuoriuscita dalla violenza (borse lavoro, reddito di autodeterminazione…): come si fa, dopo essere uscite dalla casa rifugio, a riappropriarsi della propria vita? Come si esce da una dipendenza interna alla famiglia senza un reddito o senza una casa? Chiaramente questa non è una questione semplice o scioglibile in pochi mesi, ma è un tema estremamente rilevante: quello che i servizi sociali dovrebbero fare non viene fatto, non si sa che fine facciano tutti i soldi teoricamente investiti in questo… Si aprono dunque dei temi molto grossi, da un lato il finanziamento dei CAV, la possibilità delle donne di avere un reddito e una casa quando affrontano un percorso di fuoriuscita dalla violenza, una formazione di operatrici e operatori che si relazionano a queste donne, un problema serio della polizia italiana a relazionarsi con le denunce delle donne (con la scusa della famiglia, dei figli, del dovere di sopportare). La dimensione della difesa maschile è inarginabile nei commissariati, che sia una forma di violenza esplicita sulle donne, una forma di repressione nei confronti delle donne che scelgono di autodeterminarsi (Eddi e Dana ne sono un esempio), il non accogliere le denunce delle donne, non accogliere in nessun modo chi esplicita di stare subendo una violenza: è chiaro che c’è un problema da questo punto di vista. Per quanto ci riguarda le cose da fare aumentano sempre, anche nella relazione con consultori di quartiere ed esperienze legate ai quartieri popolari, stiamo tentando di elaborare un modo di condividere con la società quanto più possibile questo percorso, perché le donne che ne hanno bisogno sono tutte. Anche il lockdown, la chiusura in casa, l’aumentare del lavoro di cura, ha palesato il fatto che questo mondo non va bene, va cambiato, che c’è un problema strutturale sulla linea di genere (che la si chiami violenza o patriarcato, è un processo di nominazione che va fatto insieme): che questo mondo non sia un posto per donne è una realtà trasversale alla società. Questo lockdown ci è servito come un momento in cui fare rete, in cui accrescere la nostra forza, poiché si è palesata una forma di violenza incontrovertibile.

Alice – Mujeres Libres Bologna

In questa pandemia si è reso più che mai evidente che quello di cui c’è bisogno è una presa di consapevolezza e presa in carico, soprattutto dal basso, della questione salute a tutto tondo, e soprattutto per quanto riguarda i corpi che sono normalmente invisibilizzati – come i corpi femminili, i corpi di soggettività dissidenti – e i servizi che sono troppo spesso negati o osteggiati. Come diceva la compagna del consultorio di Catania, che ringrazio moltissimo per il quadro che ha delineato. Mujeres Libres è un collettivo che esiste da più di dieci anni a Bologna e fa ricerca e si occupa di lotte per l’aborto da tanto tempo, ma è chiaro che il contesto è radicalmente differente. Ci troviamo in una regione in cui abbiamo il tasso di obiezioni di coscienza tra i più bassi in tutta Italia, che è comunque sconvolgente (49.5%) – già quindi dire che qua siamo “fortunate” restituisce un po’ l’idea di quanto siamo messe male in generale. In alcune zone raggiunge dei tassi altissimi, che rendono davvero impossibile abortire, a volte, fino a ricorrere all’aborto clandestino, morire ancora nel 2020 di aborto clandestino, tenersi una gravidanza indesiderata – situazione inimmaginabile quanto a drammaticità e dolore. Come si diceva questi servizi, i servizi di IVG, sono stati sacrificati, sacrificabili, perché i corpi delle donne e la possibilità di abortire ci si combattono battaglie politiche e ideologiche da molto tempo. E anche solo che nella 194 esista quel maledetto articolo che consente l’obiezione di coscienza è scandaloso. Se già prima della pandemia questo era un ostacolo, in alcune zone più che in altre, ma era un ostacolo sostanziale per l’esecuzione di IVG nei tempi necessari, con la pandemia è diventato un vero e proprio incubo. Questo succede perché (a differenza che in molti paesi europei da molti anni) in Italia solo da 10 anni ha iniziato ad essere distribuita la RU, e comunque la maggior parte degli aborti sono ancora chirurgici, una cosa che non ha nessun senso – sottoporsi ad un intervento chirurgico è ben più invasivo che l’assunzione di un farmaco – che è assolutamente sicuro e può essere assunto anche senza essere in ospedale. Adesso hanno modificato queste linee guida, dopo anni di rivendicazioni e di lotte, ma di fatto c’è una tale indipendenza delle regioni che il cambiamento non c’è stato, in moltissimi luoghi, poiché rimane a discrezione delle singole amministrazioni. Un mese fa abbiamo visto i nodi territoriali di NUDM scendere in piazza: in Piemonte è passata una circolare allucinante alle ASL che addirittura osteggiava la messa in atto delle linee guida, non si sa perché, e apriva la strada ad ulteriore presenza di associazioni “pro life” (no choice se vogliamo chiamarle con il loro vero nome…) negli ospedali, e assolutamente vietavano l’assunzione della RU nei consultori e negli ambulatori, mettendo addirittura in discussione il fatto che potesse essere assunta in day hospital, una cosa che durante il lockdown è improponibile. In diversi stati europei per questi è stata invece addirittura adottata la telemedicina per abortire, perché appunto l’aborto farmacologico è sicuro ed è molto più pericoloso, per una donna, recarsi in tempo di pandemia in ospedale, uno dei luoghi in cui più che mai ci sono focolai; questo è assurdo sia per il rischio cui si sottopone la donna che sceglie di abortire, sia per il sovraccarico e per i costi di questa cosa per un sistema sanitario che è già di per sé inadeguato. Il teleaborto per questo sarebbe necessario, è stato anche spinto molto durante la pandemia dalla rete pro choice, ma nonostante già abbiamo espresso a gran voce le nostre necessità, ancora non siamo riuscite ad ottenere un risultato, ancora non siamo riuscite ad ottenere che le RU possano essere assunte in consultorio – che come diceva la compagna prima una volta erano spazi femministi, spazi accoglienti: ora abbiamo obiettori nei consultori, personale che giudica, che fa violenza psicologica alle donne che vi si recano per abortire, soprattutto poi in tempi così precari e psicologicamente pesanti. Quindi, come dicevo, è rimasta ambigua ancora l’applicazione di queste linee guida, ogni regione decide autonomamente, ed ora si apre un altro problema, che è quello della positività dei tamponi: in molte regioni non si sa neanche cosa si deve fare se una donna che deve abortire ha il tampone positivo. Ora in teoria in day hospital si può finalmente prendere la RU, e in alcune strutture senza tampone, in altre strutture invece il tampone lo fanno. Però appunto, la somministrazione della RU è sempre troppo a discrezione della singola regione, del singolo ospedale: non è possibile che la nostra salute, le nostre vite, siano relegate alla libera scelta di gente che vuole negare a noi la libera scelta. I protocolli per le donne positive non sono chiari, il tempo passa e se una donna voleva abortire farmacologicamente – con il metodo meno invasivo e per la sicurezza di non dover subire un intervento chirurgico in un ospedale in questo momento – a volte è costretta a farlo con l’intervento, se è fortunata, o a dover terminare la gravidanza come abbiamo visto che può succedere. Questo quadro generale ci serve per capire quanto la situazione sia grave adesso. Non è un’emergenza, era così anche prima, la situazione pandemica l’ha reso più che mai evidente e l’obiezione di coscienza non fa che ostacolare ulteriormente un iter già complicato. In Emilia Romagna possiamo, come dicevo prima, ritenerci “fortunate” con solo il 49.5% di obiettori (a fronte del 69% che è la media nazionale…); nel bolognese noi, come collettivo, abbiamo tenuto costantemente monitorata la situazione rispetto alla garanzia dell’IVG, ed addirittura ad esempio all’Ospedale Maggiore è stato semplificato l’accesso all’aborto, per quanto comunque le informazioni fossero sempre incomplete e discordanti. In alcuni casi si diceva non fossero necessari esami, test delle urine, prescrizione medica (ed effettivamente abbiamo avuto testimonianze in questo senso); altre volte invece veniva mantenuto l’iter normale. Questa cosa ha reso più che mai evidente che la volontà di non diminuire i passaggi e semplificare l’accesso all’IVG è tutta politica anche perché le informazioni discordanti ricevute ci hanno potuto dare con chiarezza la misura di come non esista un protocollo, delle linee guida precise da seguire. Nonostante questo le testimonianze che abbiamo avuto sono state in fondo positive, nonostante la violenza del giudizio, del senso di colpa instillato dall’esterno: noi in questo periodo abbiamo tentato dunque di fare rete, di essere di supporto emotivo e di informazione per le donne che ne avevano bisogno. Questo supporto è ancora attivo e per tutte quelle donne che devono apprestarsi ad un’interruzione volontaria di gravidanza e hanno bisogno di informazioni o solidarietà, noi ci siamo (contattabili alla nostra pagina). Le numerose richieste di supporto che ci sono arrivate in questo periodo ci hanno reso evidente come sia necessaria più che mai – a fronte di questa percentuale di obiettori e operatori e operatrici giudicanti e che ci instillano il senso di colpa nell’erogarci un servizio sanitario che ci spetta – la strada per l’aborto sia un percorso ad ostacoli ed un’esperienza traumatica non tanto per l’IVG stessa quanto per come non veniamo accolte, colpevolizzate, in una corsa contro il tempo che ci toglie il pieno controllo dei nostri corpi. Il problema si risolverebbe con il teleaborto, la telemedicina, la deospedalizzazione, rendendo i consultori spazi davvero accoglienti e femministi, rendendo un’esperienza disegnata traumatica dal senso comune ma che in sé stessa non lo è se siamo accolte e non siamo poste davanti a questi ostacoli. Il nostro agire politico quindi si sostanzia in questo, nel tentativo continuo di costruire reti di solidarietà, nella lotta contro l’obiezione di coscienza e per un aborto davvero libero, sicuro e garantito per tutti e tutte, per l’abbattimento dello stigma della colpa. Noi sul nostro blog abbiamo lanciato una campagna, “abortisco e non mi pento”, che raccoglie diverse testimonianze e racconti di persone che hanno abortito e che non si sono pentite della loro scelta; questo per noi è molto importante perché ci permette di costruire la nostra narrazione su questa questione che riguarda noi e ci consente di collettivizzare la nostra esperienza dando supporto a tutte quelle donne che la stanno affrontando ora. L’aborto di per sé può essere un’esperienza traumatica o può non esserlo, ma l’ultima parola deve spettare a noi.

Debs – Mujeres Libres

 Intervengo per aggiungere solo qualcosa a questo dibattito già molto ricco. Volevo aggiungere solo una piccola riflessione riguardo all’importanza dell’aspetto del mutuo appoggio, della sorellanza, che ha avuto questa pratica del supporto all’IVG; la mia è una riflessione più generale, che coinvolge tutte le compagne e i compagni, l’attivist* e militanti che si sono trovat* a ridimensionare le proprie attività di lotta per colpa del lockdown. Premettendo che all’interno dei movimenti femministi questo passaggio di prendersi cura delle altre è sempre stato molto presente, le compagne non hanno dovuto aspettare il lockdown per porsi alcune domande. Basti pensare a come funzionavano i consultori autogestiti prima del 78, come funzionava il supporto all’aborto clandestino prima della legge (è vero che si moriva di aborto clandestino ma è vero anche che tante compagne facevano gli aborti in casa per aiutare chi ne aveva bisogno). Noi penso abbiamo ereditato dai movimenti femministi del passato questa pratica di mutualismo, e il lockdown ci ha ricordato come questa scelta, come militanti (anche in senso generico, anche il movimento misto, anche le realtà antifasciste e solidali con cui ci troviamo a collaborare nella nostra città), l’abbiamo spesso dimenticata ma oggi è tornata prepotentemente come preponderante durante il lockdown. Insieme alle nostre azioni conflittuali, all’essere la spina nel fianco dello Stato e del sistema capitalistico tutto, ad un certo punto non ci è più bastato: il mutualismo quindi con il lockdown è diventato evidente come fosse una pratica necessaria, proprio a fronte di come il capitalismo durante il lockdown ci abbia portat* a fare delle nuove riflessioni su cosa significhi essere i più deboli e con i più deboli (dove comprendo anche ovviamente le donne che hanno difficoltà ad abortire). Noi veniamo da un’eredità molto fortunata in questo caso e ci è quindi necessario capire quale sia la nostra storia, la nostra memoria in quanto attiviste femministe; non dobbiamo pensare mai quindi che stiamo ricominciando da capo, ma che abbiamo un pensiero e delle pratiche che sono le nostre radici e le nostre fondamenta, con cui farci forza anche in questi momenti in cui non è facile. Non è facile assumersi la responsabilità, anche con arroganza, di pensare di avere un’idea migliore di molti nel mondo ed esserne complici, di essere un’avanguardia verso un mondo diverso, un sol dell’avvenire. Facciamoci quindi forza della nostra eredità, culturale e politica. Sono molto contenta infatti che a Bologna esista l’Assemblea per la salute, che nonostante tutte le difficoltà cittadine si stiano creando momenti e spazi di riflessione in questo senso: spero davvero anche che sia una ulteriore possibilità di legame tra pratiche conflittuali più generiche e pratiche femministe più specifiche. In questa cosa sarà senz’altro fondamentale mantenere una riflessione sui nostri corpi e su tutte le soggettività; l’esperienza dell’aborto ci ricorda quanto questa cosa sia necessaria. Anche se domani morissero tutti gli obiettori, il problema dell’aborto non si risolverà: come diceva prima Alice la questione dello stigma è fortissima, presente, lo viviamo costantemente da prima che iniziasse in maniera strutturata il supporto al’IVG a tante di noi è capitato di essere di sostegno per molte donne, anche compagne, che di fronte ad un’IVG avessero dei momenti di ansia, di panico, e ci rendiamo conto di volta in volta come la questione del giudizio e della colpa sia sempre lì: avere un giudizio così forte, anche essendo le più anticlericali del mondo, mentre il tempo scorre veloce, rende tutto difficilissimo. Quindi senz’altro è importante continuare a portare avanti una lotta culturale e politica contro lo stigma e contro una ridefinizione dei corpi, del genere, del sesso biologico, è assolutamente necessaria. È quindi necessario in un discorso più ampio sulla salute un’alleanza fortissima tra chi porta avanti un pensiero critico femminista – che ha da sempre messo in discussione la sanità, i medici, il rapporto con il corpo – e chi negli ospedali ci lavora (con tutti gli stress e le difficoltà contrattuali e non solo), chi è utente del servizio sanitario. La pandemia ha quindi rimesso sul piatto il ragionamento, riguardo all’aborto, su quanto non si possa parlare in termini di salute e di malattia, ma di benessere: non c’è malattia da curare e “buona” salute da preservare, la salute è un benessere che riguarda tutti gli aspetti e le sfaccettature della nostra vita. Ora ci è stato reso ancora più evidente, in base a chi sei hai diritto di accedere ad un determinato benessere e alla cura, se sei un corpo di serie b invece questa possibilità non ce l’hai. Questo stesso discorso si può applicare anche all’aborto, c’è un discorso politico talmente forte sull’aborto che a volte non basta avere accesso all’IVG, non basta arrivare in tempo, c’è bisogno anche di un accompagnamento, perché si era già creato un contesto ostile prima, perché non viene preso in considerazione qual è la mia esperienza e la mia storia. Per il futuro dunque dovremo guardare al benessere complessivo, all’essere vivi ed esserlo in maniera degna.

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