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Voci dal precariato: il mondo della ristorazione

Segue la testimonianza di M., giovane studentessa lavoratrice del mondo della ristorazione e non solo. M., racconta la sua esperienza carica di emozione e speranza per il domani. Il suo desiderio di conoscere e vivere la città di Bologna sta pian piano sfumando, proprio a causa della mancanza di lavoro e di tutele dei contratti o dei non-contratti avuti fino ad ora. A rendere il tutto più complicato in questa situazione è l’Università di Bologna che da mesi ormai fa orecchie da mercante alle richieste e alle necessità di studenti e studentesse che, in molti casi, sono costrett* addirittura a rinunciare a vivere nella città nella quale avevano deciso di piantare radici: nessuna agevolazione, nessun abbassamento delle tasse, nessun innalzamento delle soglie isee, nessun aiuto concreto per il pagamento degli affitti, nessuna possibilità di avere strumenti tecnologici adeguati alla DAD, nessun aiuto economico per il pagamento di bollette di Wi-Fi e riscaldamento, nessuno spostamento dei termini di conseguimento dei cfu per mantenere la borsa di studio ecc. Sembra che invece di avvicinarsi ad un’ipotesi auspicabile di gratuità dell’istruzione, con la gestione della situazione pandemica, ci si stia allontanando sempre di più da questa.

Ciao a tutti e tutte, sono M., una studentessa di 21 anni e sono al secondo anno di Sviluppo e Cooperazione internazionale, un ramo di scienze politiche presente in poche città d’Italia. Io avevo scelto Bologna perché era quella che più poteva rispecchiare i miei interessi, sia da un punto di vista di vita universitaria che per quanto riguarda un certo tipo di attivismo e fermento sociale: tante esperienze che si possono fare, a causa della pandemia – proprio quando ho deciso di trasferirmi – purtroppo sono sfumate.
Negli ultimi anni ho lavorato nell’ambito della ristorazione, in bar principalmente, come cameriera. In realtà anche quando ero alle superiori lavoravo, facendo la baby sitter, e grazie ai soldi che avevo messo da parte ho potuto fare un viaggio importante, prima dell’Università, nel continente africano.
Dopo di che sono tornata a Trieste dove ho iniziato a lavorare, appunto, in baretti in cui non avevo un contratto (completamente in nero quindi), soprattutto quest’estate, e da cui mi sono licenziata per le condizioni lavorative pessime. Ho preferito poi lavorare nelle campagne romagnole, come raccoglitrice di mele, pere ecc., mentre nell’estate 2019 avevo un contratto a chiamata, che comunque non fornisce alcuna tutela a livello contrattuale.
Di solito decido di lavorare alcuni mesi all’anno, cercando di conciliare davvero ciò che faccio e che mi piace fare (l’Università) con le mie necessità, visto che lavorando sempre sarebbe pressoché impossibile. Quindi lavoro a mesi alterni, quando non ho le lezioni per esempio.

Penso che per molte questioni la gestione della pandemia non sia stata affrontata nel modo giusto, a partire dal paragonare questa situazione ad una guerra. Ritengo che tale parallelismo sia inconcepibile, un qualcosa per incutere timore alle persone piuttosto che per gestire realmente le cose. La guerra è qualcosa di cui la gente ha paura.
Trovo che in generale dovrebbero esistere delle tutele per i lavori cosiddetti grigi, ovviamente di più in questa situazione di emergenza, in cui la gente non ha soldi perché smette di lavorare e quindi è in difficoltà.
Per esempio l’app del cashback penso sia una stronzata, perché ha come motivazione quella di evitare che girino i contanti e che la gente lavori in nero, ma spesso quella è una fonte di guadagno come per me lo è stato quest’estate. L’unica fonte di reddito che una persona spesso ha. Se si vuole risolvere questo problema è un problema che va risolto più in profondità, non in questo modo superficiale. Sicuramente ci sarebbero dovute essere agevolazioni, però più in generale.

Personalmente tutta questa situazione mi ha bloccata, perché avrei sicuramente lavorato in questi mesi in cui invece non sto riuscendo a trovare nulla. Per fortuna ho una famiglia che mi appoggia, ma mi ritengo una privilegiata: se ho un’emergenza riesco ad essere comunque aiutata. Mi confrontavo, per esempio, giusto ieri sera con una mia amica che stava a Bologna, mantenendosi completamente da sola, e che adesso è tornata a Trieste: mi diceva che se adesso fosse rimasta a Bologna non avrebbe saputo davvero come tirare avanti, poiché nella sua famiglia non esiste la possibilità di un aiuto economico. Questa situazione colpisce in modo diverso persone che vengono da famiglie diverse, che hanno disponibilità economiche diverse.

Una cosa rispetto alla quale mi sono trovata molto instabile e che tuttora non so come gestire è la questione della mia casa a Bologna. Io sono arrivata a Bologna a settembre 2019 e fino a febbraio 2020 sono stata lì, per poi tornare a casa, a Trieste, non immaginando la chiusura totale e rimanendo poi bloccata lì. Non potevo tornare giù e quindi mi sono arrangiata, facendo l’università con il computer di un’altra persona – il mio lo avevo lasciato il mio nel mio appartamento a Bologna. Da febbraio a settembre di quest’anno non ho vissuto a Bologna. La proprietaria di casa soltanto durante lo scorso lockdown aveva accettato di abbassarmi l’affitto da 300 a 200 euro. Tuttavia, visto che per tutto questo secondo semestre l’università sarà telematica, io ho addirittura pensato di andare via e lasciare casa perché la proprietaria ha deciso di non agevolarci ancora con l’abbassamento dell’affitto. Io resterei a Bologna, anche se l’università fosse telematica, ma se tutto il resto fosse aperto, se avessi la possibilità di lavorare, andare in aula studio serenamente ecc.  Ma per come si prospettano le cose non posso farlo. A questo punto ammortizzo le spese vivendo con i miei. Sperando che quando la situazione sarà diversa potrò tornare di nuovo giù, a riprendere una vita che avevo appena iniziato a costruirmi, anche in termini di legami.

Per quanto riguarda noi studenti e studentesse, penso che in generale le tasse universitarie dovrebbero essere pari a zero, anche se chissà se mai sarà così. Ma parlando di piccoli passi almeno una riduzione delle tasse o innalzamento delle soglie isee, sarebbero stati il minimo. Perché non possiamo andare a studiare nelle aule studio ecc, non è che paghiamo le tasse e abbiamo il servizio di Unibo, noi in università non ci andiamo da mesi, la facciamo online, con i nostri strumenti tecnologici ecc. E poi avendo fatto una ricerca per l’università, qualche mese fa, rispetto ai cambiamenti del quartiere Bolognina, in relazione all’apertura di The Student Hotel era emerso che ogni anno vengono lasciati fuori dagli studentati pubblici circa 14 mila studenti, quindi non si può certo parlare di università accessibile. E se è così in generale, in questo periodo la situazione si è acuita ancora di più. Molta gente non è rimasta a Bologna ed è tornata a casa. Continui a pagare le tasse per cosa, stare a casa tua?

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Ad un anno dall'evento che ha sconvolto le nostre esistenze e che ha messo in luce le contraddizioni latenti dei mondi che viviamo, ci ritroviamo ancora smarritə nella sofferenza cercando, a fatica, di continuare ad immaginare modi di vivere differenti che, nonostante la normalizzazione del dolore impostaci, riescano ad essere possibilità reali e non fantasie utopiche. L'università, uno di questi mondi, accantonata dal dibattito pubblico istituzionale è diventata per centinaia di migliaia di studentə, professorə, ricercatorə, dottorandə un non-luogo ancora più invivibile di quanto già non fosse prima della pandemia. L'ottica utilitarista e pienamente funzionale all'accesso al mondo del lavoro - a patto di eccellere e sgomitare - che l'universo formativo ha, non ha fatto che diventare ancora più palese. Ultima testimonianza di ciò sono le bozze di recovery plan messe in campo dal governo Conte e approvate dall'attuale governo Draghi. Ma l'Università è altro, l'università è tempo, è esistenze, è sete di socialità, di legami, di arricchimento. Ci chiediamo da mesi quali siano le modalità in cui poter risignificare anche con la pratica i luoghi universitari, il sapere, la conoscenza e la passione, continuando a tenere al primo posto la salute collettiva. Le risposte sono state fin da subito l'autogestione, l'autorganizzazione, l'autotutela, che combinandosi con i bisogni e i desideri delle soggettività che attraversano l'università creano spazi di possibilità, di azione, di bellezza. Per questo nasce, già sull'inizio dell'estate 2020, Piazza Studio Autogestita (https://cuabologna.it/2020/06/25/non-ci-accontentiamo-delle-briciole/), un modo di ritrovarsi, di confrontarsi di nuovo e di protestare per le ingiustizie subite fino ad allora, e che purtroppo non sono mai cessate, nonostante i lunghi mesi in cui momenti di agitazione, azione, iniziative in rettorato si sono susseguiti.

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