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PILLOLE PER UN’UNIVERSITÀ FEMMINISTA E TRANSFEMMINISTA VERSO L’8 MARZO E OLTRE

Sappiamo quanto il periodo pandemico abbia acuito ed evidenziato tutte quelle contraddizioni con cui già dovevamo convivere prima di esso. Non solo si sono aggravate le condizioni materiali in cui si sono trovatə studentə, e non solo, durante questa crisi economico-sanitaria, ma sono state anche ignorate dall’università di Bologna, che non ci ha agevolatə in questo periodo difficile. Periodo durante il quale continua a farsi nomea di grande polo universitario d’avanguardia, millantando di garantire un’accessibilità che è solo di facciata, poiché non tiene in considerazione i reali bisogni e desideri di quantə l’attraversano e la compongono. Accessibilità, per l’appunto, che non viene assicurata in alcun modo, soprattutto per le donne e per le soggettività dissidenti che attraversano le aule e i corridoi dell’ateneo.

Ciò che pretendiamo è un’università che sia realmente accessibile e che garantisca spazi, fisici e non solo, per tutte quelle soggettività che, autodeterminandosi, perseguono scelte di vita tra le più disparate, come quella di avere figliə, di farsi carico di lavori di cura di diversa natura, e che, per questo, sono impossibilitate a seguire lezioni e a dare esami, sia dal vivo che in dad. Come sappiamo il lavoro di cura grava ancora nella maggior parte dei casi sulla donna e quindi rende difficile, se non impossibile, il prosieguo di una carriera universitaria come la maggior parte degli studenti la conosce.  Di fronte a ciò non è previsto nessun tipo di sostegno economico e sociale per le donne che desiderano proseguire gli studi, la collettivizzazione del lavoro di cura è ancora un traguardo lontano per cui dobbiamo lottare e l’università non può esimersi dal prendersi la responsabilità di creare strutture, spazi e momenti dove questo avvenga.

Si fa sempre  più impellente, in un momento come questo, la riappropriazione di spazi universitari che siano alla portata delle nostre necessità e dei nostri desideri, in cui si costruiscano saperi critici dal basso, femministi e transfemministi, che si discostino dalla logica neoliberista del sapere che l’Università e la società in cui viviamo ci impongono.

Siamo stancə di essere invisibilizzatə dall’ateneo di Bologna che, come qualsiasi istituto di riproduzione e produzione capitalista, non si cura minimamente dei nostri bisogni e delle nostre necessità, e non fa altro che tingersi di rosa, portando avanti campagne elettorali fittizie e politiche neoliberiste. Tanto si sta parlando in questo periodo di campagna elettorale universitaria della possibilità di una nuova governance condotta da una donna, ma le quote rosa non ci bastano e non ci appartengono se non c’è discontinuità con le politiche attuate finora .

Pensiamo sia fondamentale far vivere la zona universitaria di tutte le rivendicazioni che stiamo portando avanti, guardandole con uno sguardo femminista e transfemminista, che tinga il filo che connette tutte le nostre lotte di un fucsia capace di leggere le contraddizioni che attraversano tanto l’università quanto la società tutta. Per questo riteniamo che sia importante che lo sciopero dell’8 marzo sia un processo in divenire, che viva in ogni istante della nostra quotidianità,  nel dibattito di assemblee ed iniziative. Un processo in costante movimento che vede in date come questa l’espressione di una rabbia collettiva che non si ferma a quella giornata, ma che vive nelle nostre istanze e lotte quotidiane. Uno sciopero che mettiamo in campo ogni giorno con l’autodeterminazione dei nostri corpi, la messa in discussione dei ruoli di genere e l’auto critica collettiva.

Per noi l’otto marzo significa scioperare da un’università che rispecchia a pieno le contraddizioni di questo stato patriarcale e capitalista e che contribuisce a intesserne le maglie scagliandosi con violenza sui nostri corpi.

NON NORMERETE I NOSTRI COMPORTAMENTI!  IL CODICE ETICO DELL’UNIBO NON CI APPARTIENE

L’etica dell’Unibo non ci appartiene.
È evidente che, per l’Università di Bologna, il codice etico si rifaccia a una costante normalizzazione dei saperi, degli spazi che attraversiamo e dei nostri corpi. Una normalizzazione che avviene in ogni istituto di riproduzione e produzione capitalista, all’interno della società tutta.

Per l’unibo è “etico” tutto ciò che rispecchia i   canoni imposti dalla società in cui viviamo. Perciò l’ateneo avrebbe la leggitimità di punire chi si discosta o va contro la normatività di questi canoni, chi lotta per esprimere il proprio dissenso per rendere l’università che viviamo un luogo accessibile a tuttə,  che non lasci indietro nessunə.
L’esempio più lampante sono i fatti risalenti al 2016, quando alcunə studentə sono statə colpitə, oltre che dalla pena inflitta dalla questura, anche da quella del rettorato dell’Università di Bologna, per aver contestato i prezzi della mensa universitaria, che è una delle più care d’Italia. Questo è il codice etico che reprime chi lotta ogni giorno.

Di fronte alle gravissime molestie che noi studentə subiamo quotidianamente all’interno dell’università, nelle aule, nei corridoi, nelle biblioteche, l’ateneo di Bologna non ha mai messo a disposizione nessun tipo di luogo di discussione , anzi si tende sempre di più a togliere spazi di dibattito e di confronto.

La costante invisibilizzazione dei nostri corpi e delle nostre vite e la normalizzazione di essi rappresentano un’etica che non ci appartiene e che vogliamo distruggere. 

Se autodeterminarci come studentə e come soggettività dissidenti, significa essere sottopostə ad una doppia pena, in nome di un’ “etica” patriarcale e neoliberista, siamo prontə a ribaltarla per riappropriarci dei nostri spazi, bisogni e dei nostri desideri.

GLI SPAZI SICURI LI FANNO LE DONNE CHE LI ATTRAVERSANO! NON VOGLIAMO GUARDIONI O POLIZIA MA AUTODETERMINAZIONE DAL BASSO!

All’interno dell’università di bologna non esistono spazi che permettano alle studentesse di attraversare in maniera serena i corridoi e le aule dell’ateneo.

Necessitiamo di spazi di dibattito, discussione e confronto in cui creare ed approfondire saperi femministi e transfemmini costruiti dal basso e collettivamente.

Gli episodi di violenza che quotidianamente subiamo da parte di docenti, collaboratori e studenti, sono completamente invisibilizzati e ignorati dall’ateneo, che si fa nomea di “tutelarci” tramite un regolamento. Questo regolamento contro le molestie sessuali – che si trova all’interno del “Codice Etico e di Comportamento” – esprime tutto il sessismo presente all’interno di questa istituzione e sul quale non facciamo affidamento. La nostra tutela la vogliamo creare tuttə insieme, dentro l’università per ribaltare le sue logiche.

La piazza studio autogestita di oggi ci dimostra che è possibile creare un ambiente safe e antisessista dove si possa studiare e socializzare: il distanziamento deve essere fisico, non sociale!

Non vogliamo guardioni e polizia ma consapevolezza e autorganizzazione.

STOP AL PINK WASHING DELLA GOVERNANCE UNIVERSITARIA

Si sta parlando tanto in questo periodo delle elezioni che decideranno quale sarà la nuova governance dell’Università di Bologna.
Quello che emerge è che le donne candidate a questa carica sono ancora una netta minoranza rispetto agli uomini. Ma ci interessa ben poco se sarà una donna o un uomo ad occupare la carica più prestigiosa dell’università di Bologna: le quote rosa non ci bastano e non ci appartengono se queste avallano tutte le politiche neoliberiste e repressive messe in atto da diversi anni a questa parte.
Non basta che sia una donna ad ottenere la carica di rettrice se poi questa mette in campo tutte quelle contraddizioni con cui siamo costrettə da sempre a vivere l’università. Il campo istituzionale è ancora molto lontano da come noi vogliamo che l’università sia oggi, intesa come un luogo accessibile per tutte le soggettività che la attraversano.

Spesso, come succede all’interno di tutte le istituzioni, Unibo si fa nomea di essere un luogo che dà spazio ad un’accessibilità e ad una presa in carico delle necessità di tutte le soggettività, quando in realtà questa è solo di facciata e quello che viene messo in atto è il più classico degli esempi di pinkwashing.
L’UniBo si tinge constantemente di rosa millantando di essere un luogo accessibile, anche grazie agli studi di genere che offre, quando però non esistono spazi e borse di studio adeguate, per esempio per tutte quelle donne che hanno figliə. L’Università di Bologna deve farsi carico di creare luoghi, spazi di dibattito adeguati verso l’abbattimento di tutti gli stereotipi di genere, legati ad un binarismo che ci rinchiude e che esclude tutte le soggettività che non vi si riconoscono: non ci interessa la “parità di genere” di facciata che l’UniBo rivendica per raggiungere i livelli più alti delle classifiche.

L’università riflette le contraddizioni di un sistema patriarcale intrinseco nella società; noi vogliamo soluzioni concrete, siamo prontə a conquistarcele tuttə assieme, ribaltando il patriarcato a partire dalle aule e dai corridoi dell’ateneo.

LE BORSE DI STUDIO NON CI BASTANO, REDDITO UNIVERSALE SUBITO

Le borse di studio, così come sono fornite da Unibo, sono sempre state considerate un mezzo tramite il quale poter garantire un’accessibilità a chiunque si trovi in difficoltà economica. Ma queste vengono elargite basandosi su una serie di criteri limitati e non garantiscono un sostegno a tutta la popolazione studentesca, infatti moltə ne vengono esclusə. Non tengono conto delle condizioni economiche e materiali in cui vivono studentə al momento in cui fanno domanda per accedervi. E questo non è cambiato neanche dopo una pandemia globale che ha messo in serie difficoltà economiche tuttə noi. Le borse di studio sono un mezzo tramite il quale l’università di Bologna aumenta il proprio prestigio e si fa nomea di garantire un’accessibilità che però è solo apparente in quanto non tiene conto dei reali bisogni della comunità studentesca. Queste non sono sufficienti e non permettono allə studentə di emanciparsi e di raggiungere un’indipendenza economica tale da favorire le scelte più disparate che si vogliono prendere per la propria vita.
Per questo molte persone sono costrette a fare affidamento sulle proprie famiglie non potendo avere un’autonomia economica; ma spesso per una donna o per una soggettività non binaria vivere con la propria famiglia significa vivere con parenti violenti, vivere con persone con cui non ti senti liberə o sicurə di poter fare coming out.
Non ci bastano le briciole e l’assistenzialismo dell’università di Bologna, abbiamo bisogno di servizi alla nostra portata e di un reddito universale che ci permetta di non essere schiavə di famiglie o partner violenti, che ci permetta di affrontare le spese specifiche come assorbenti, contraccettivi e ormoni per le soggettività trans.

L’8 marzo scioperiamo da un università che ignora le nostre vite! Reddito universale subito!

VOGLIAMO UN SAPERE CRITICO E TRANSFEMMINISTA, NON NORMATO E FIGLIO DEL PATRIARCATO

Tutti i luoghi della formazione che abbiamo attraversato e che attraversiamo, così come l’università, ci propinano fin da quando siamo piccolə un certo tipo di sapere che tiene dentro di sé tutte quelle che sono le logiche patriarcali della società capitalista in cui viviamo e tende a normare, togliere e invisibilizzare ogni spazio di discussione e dibattito che vuole raccontare tutte le storie che invece parlano di donne, soggettività dissidenti, corpi non conformi, in lotta per autodeterminarsi. L’approccio fondante dei luoghi della formazione è da sempre caratterizzato da parole chiave quali successo, produttività e competizione che si inseriscono poi in un contesto generale che riguarda la società tutta: questi sono gli elementi che desideriamo ribaltare partendo da quelle che sono le nostre vere esigenze di stare all’interno di un contesto come quello universitario e riappropriarci dell’apprendimento che tuttora si focalizza su questo trittico e vede i saperi solo in ottica produttiva.

La maggior parte delle nozioni che riceviamo sono composte principalmente da contenuti etero normati e non caratterizzati da una lente di genere. Vediamo materie come la storia, che ci viene insegnata con un punto di vista eurocentrico che vede il maschile come universale; ci viene proposta una storia che parla di vincitori incarnati sempre da uomini potenti, bianchi, etero, cis. Anche nella nostra università, sono proposti dei corsi che trattano gli studi di genere, ma per noi non sarà sufficiente finché rimarranno marginali e scissi dal resto degli insegnamenti; per noi uno sguardo femminista e transfemminista è imprescindibile nella lettura che va data a tutta la complessità di saperi e conoscenze che la nostra università dovrebbe offrirci.
Percepiamo e soffriamo l’assenza di una lente di genere anche nell’approccio allo studio della medicina e dei corpi, studi che solo negli ultimi anni hanno cominciato a dare più spazio al corpo femminile, storicamente invisibilizzato dagli studi scientifici per ogni aspetto che non riguardasse strettamente la riproduzione.

I saperi non sono dati e cristallizzati ma sono un campo di battaglia in cui, portando e costruendo un sapere critico e alternativo, si vada a rompere il sapere egemone che è figlio del sistema patriarcale in cui viviamo, nonché sua fondamentale forma di riproduzione.

Pretendiamo che nell’università vengano forgiati saperi femministi e transfemministi; vogliamo poter costruire un sapere critico che vada oltre il binarismo di genere e che ci possa dare gli strumenti concreti per soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri; vogliamo riappropriarci di spazi di discussione creati collettivamente, dal basso, tuttə insieme.

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