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Non si può morire di norma!

Ogni suicida in questo mondo è un morto ammazzato dal sistema, e ci troviamo – ogni giorno di più- distruttə dalla consapevolezza che a morire è sempre la nostra gente. È il futuro che ci uccide, lo sfruttamento, la paura; è l’aspettativa che ci uccide, l’incasellamento, la conformità; è la norma che ci uccide, gli stretti binari in cui inserirci per essere all’altezza di quello che il mondo si aspetta da noi (produttività, cura, normalità). La nostra morte non è solo quando la disperazione ci porta a interrompere la vita biologica, la nostra morte è una quotidianità che ci sta stretta, è il corpo martoriato dal lavoro e legato stretto entro i confini “accettabili”, è la privazione del desiderio come motore, è l’adattamento al posto della scelta, è il furto costante della nostra possibilità di autodeterminarci.
Siamo stanchə, ma non soltanto. Siamo incazzatə e abbiamo un nemico, nel piccolo delle nostre vite, nella nostra università e città, nel mondo che cambia (sempre in peggio) intorno a noi: si chiama capitalismo eteropatriarcale, e in mezzo a tutto questo dolore lo riconosciamo. Il nostro nemico ha un’arma terribile, prende a piene mani tutta la vita che abbiamo da esprimere e la incanala, la modella, ne estrae valore. L’università oggi è una delle espressioni tangibili del nostro nemico: si costruisce su un impianto meritocratico che ci porta a sgomitare tra noi uccidendo la solidarietà ed istruendoci al senso di inadeguatezza, ci spinge a prenderci la responsabilità di ogni successo ed insuccesso delle nostre vite, dove la riuscita sta nell’efficienza, nella capacità di produrre il più velocemente possibile, il meglio possibile, il più possibile.

L’intero impianto del mondo della formazione oggi è strutturato e finalizzato alla riproduzione di un sistema che ha nella produzione (e quindi nel guadagno) un obiettivo di fronte al quale tutto è sacrificabile. L’imperativo della prestazione ci viene imposto come il grande dogma della catena di montaggio, del lavoro riproduttivo, a cui siamo imprigionatə gratuitamente. Pensiamo ai ritmi di fabbrica assordanti che ogni giorno martoriano la nostra esistenza: cfu, esami, paper, abstract, relazioni, colloqui, seminari, tirocini, tesi, lauree, master. Come universitariə siamo in primo luogo “lavoratori e lavoratrici riproduttivə non salariatə” [ove il dominio della produzione del capitalismo esula dai confini della mera produzione di merci costituendosi invece come “modo di produzione e riproduzione di rapporti di produzione”.]: l’università è già uno spazio di sfruttamento, ed insieme ci disciplina come forza-lavoro, investendo da una parte per renderci competenti e dall’altra per rinchiudere in una cornice ristretta le nostre possibilità di immaginare.
E durante ben due anni di crisi pandemica globale, in cui il termine “salute” era impunemente sulla bocca di chiunque, non si può di certo affermare che ci sia stata una particolare propensione nel toglierci questi gravosi macigni dalla schiena o nell’attenuare quanto meno le infami scadenze produttive. No, niente di tutto questo! Il nostro sfruttamento è continuato, e sta continuando, senza alcuno scrupolo, con un carico di stress tale che, se già prima era angosciosamente difficile da portare dentro, in questo presente così ripido diventa impossibile. Ritrovarsi costrettə a districarsi tra affitti alle stelle e lavori terribilmente precari, costrettə a rincorrere affannosamente sessioni di esami e di lauree, perseguitatə dall’ansia per un futuro che non sembra minimamente raggiungibile. Il tutto condito con un atavico senso di colpa, di inadeguatezza, di insufficienza, verso queste presunte possibilità dipinte come alla portata di chiunque ma di chiunque se lo meriti, si intende.
Ecco che il tema del merito, di questa dogmatica unzione divina, va a condizionare qualsiasi aspetto della nostra vita, dentro e fuori l’università: tanto se si è borsistə, con dei crediti da conseguire per continuare ad accedere all’erogazione dei fondi annuali, quanto se si pagano le tasse, con dei crediti da conseguire per non incombere in salatissimi fuoricorso; tanto se si vive in studentato, con degli standard di prestazione accademica da rispettare per difendere il proprio posto letto, quanto se si vive in degli appartamenti fatiscenti, rispetto a cui prezzi smodati imposti dal proprietario diventano una pesante imposizione del “vai e fatti sfruttare”.

Mark Fisher, all’interno di “Realismo Capitalista”, scriveva che nell’epoca tardo capitalista il solo essere giovani rischia di equivalere a una forma di malattia, una “malattina in potenza e della potenza” potremmo dire noi: condizione di vita in cui siamo spintə ad immaginare solo futuri all’interno di questo sistema, a volere i soldi, a volere la carriera, a volere l’eccellenza, ad essere ingranaggi funzionali e funzionanti, perché solo questo può significare realizzazione. Siamo educatə a non aspettarci nulla di più di ciò che “ci siamo meritatə”, su di noi ricade la colpa mortifera dell’insuccesso, e la precarietà (che oramai è l’unica forma di vita che ci è dato conoscere) è uno dei pilastri che fondano questa nuova esistenza: e precarietà significa più sfruttamento, più divisione, più muta accettazione. Ma noi non ce la facciamo più: non vogliamo essere spezzettatə e distanti tra noi, non vogliamo pagare ogni “insuccesso” con la colpa, non vogliamo conquistare ogni “successo” affossando chi abbiamo al fianco. Noi non siamo impacchettabili, non siamo dispostə all’incasellamento, non lasceremo libero spazio al gioco di potere (repressivo e opprimente) che pretende di disegnare con i nostri corpi e sui nostri corpi un futuro che non ci appartiene.
Normazione, disciplinamento e normalizzazione di corpi e desideri sono le parole d’ordine della riproduzione del capitalismo: ciò che non si conforma, che esula dallo schema, è dannoso, pericoloso. Lo sono i corpi e le sessualità mostruose che non sanno che farsene del binarismo di genere eteronormativo, le soggettività dissidenti che sfuggono alla definizione, che strappano l’etichetta, che conquistano il centro che è stato loro sottratto da sempre, affermando le proprie identità multiformi. Lo sono coloro che inventano mondi diversi e li costruiscono rifiutando il futuro che è imposto dalla norma, un futuro che si dà forma nel riprodurre uguale a sé stessa quella storia (tutta al maschile) di sfruttamento, estrattivismo, oppressione etero, bianca, cis, abile. Quello che vogliamo è aprirci di nuovo al desiderio, quello che vogliamo è una vita che non sia solo degna ma che sia bella, non vogliamo più stare ai margini di niente, non vogliamo accedere al centro adattandoci al canone imposto dal capitalismo eteropatriarcale, vogliamo rompere quel maledetto centro ed essere tutto, prenderci tutto.

Non si può morire di norma, non si può morire di (ansia di) futuro, non si può morire di marginalità! Il filosofo Byung-Chul Han nel suo testo “La società della stanchezza” afferma: «L’obbligo prestazionale costringe [ogni individuo] a realizzare sempre più prestazioni, così che egli non giunge mai allo stadio tranquillizzante della gratificazione. Il soggetto vive permanentemente in un sentimento di mancanza e di colpa. Poiché, da ultimo, fa concorrenza a se stesso, cerca di superare se stesso, finché non crolla. Subisce un collasso psichico, chiamato burnout. Il soggetto di prestazione si realizza fin nella morte. Autorealizzazione e autodistruzione qui coincidono».
Viviamo in un mondo dove libertà e costrizione si sono sovrapposte, dove l’introiettamento di determinati e malsani valori ci costringe a scegliere liberamente l’autofustigazione, giorno dopo giorno. Il nostro nemico, con le sue armi capillari e tremende, accelera sempre più la violenza che agisce sulle nostre vita; ma noi non siamo dispostə a fare passi indietro, ogni nostra sofferenza è la sofferenza di tuttə. Siamo malatə, malatə di futuro. E l’unica lotta che ci resta da intraprendere è quella per la creazione di un nuovo presente sabotando il futuro già scritto da altri, quella per la conquista delle nostre vite libere dal paradigma del valore, quella per la distruzione della norma che ci soffoca, umilia e aggredisce.

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