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INSORGIAMO PER UNA VITA BELLA

Dalle aule dell’università, dalle piazze della zona universitaria, anche noi convergiamo per insorgere! Tre lunghi anni di emergenza pandemica, lo scoppio di una guerra tutt’altro che regionale, l’emergere di una crisi energetica mai vista prima, il dilagare di un caro vita pronto a metterci in ginocchio: queste sono solo alcune delle angolazioni da cui osservare il groviglio di crisi presente.

In questo scenario complessivo crediamo che sia arrivato, irrimandabile, il tempo di spezzare le compartimentazioni del reale: non esiste istanza ecologica senza istanza sociale, non esiste istanza economica senza istanza transfemminista, oggi convergere deve rappresentare una spinta alla contaminazione, alla creazione di qualcosa di nuovo, al “compostaggio” di una Lotta che sappia essere il frutto della molteplicità di lotte specifiche. Nel nostro frammento di quotidianità possiamo dire che tanti dei nodi fino ad ora più o meno silenti di questo presente stanno venendo al pettine. L’università di Bologna ha “inaugurato” questo anno accademico con lo spegnimento definitivo della modalità online per lezioni ed esami, che era stato introdotto con lo scoppio del Covid19. Non avendo mai demonizzato la DaD pur avendone sempre sottolineati i limiti, questa scelta ci appare semplicemente insufficiente rispetto alle nostre vite. Oggi ritornare in presenza dovrebbe comportare azioni concrete da parte dell’amministrazione universitaria, dovrebbe comportare – o meglio, avrebbe già dovuto comportare – un impegno nella ricerca e costruzione di spazi fisici per studenti e studentesse, ma la situazione che riscontriamo è ben altra. Il mercato immobiliare è così saturo che trovare una casa diventa impresa impossibile sia per quanto riguarda i prezzi sia fisicamente per lo squilibrio tra mole della richiesta e scarsezza dell’offerta; i plessi universitari appaiono con una capienza completamente insufficiente per contenere sul serio i numeri della comunità studentesca; le biblioteche non fanno eccezione rispetto alla problematica dei posti e ad oggi si passa più tempo in fila che effettivamente sedutə all’interno; non esistono minimamente spazi di socialità attraversabili da una componente giovanile così vasta e con così tanti stimoli.


Mark Fisher, all’interno di “Realismo Capitalista”, scriveva che nell’epoca tardo capitalista il solo essere giovani rischia di equivalere a una forma di malattia, una “malattia in potenza e della potenza” potremmo dire noi:
condizione di vita in cui siamo spintə ad immaginare solo futuri all’interno di questo sistema. Siamo educatə a non aspettarci nulla di più di ciò che “ci siamo meritatə”, su di noi ricade la colpa mortifera dell’insuccesso, e la precarietà (che oramai è l’unica forma di vita che ci è dato conoscere) è uno dei pilastri che fondano questa nuova esistenza: e precarietà significa più sfruttamento, più divisione, più muta accettazione.
All’interno di questo sistema, fare l’università significa nulla di più del produrre CFU senza alcuno spazio di vita realmente concesso. Come universitariə siamo in primo luogo “lavoratori e lavoratrici riproduttive non salariate” [ove il dominio della produzione del capitalismo esula dai confini della mera produzione di merci costituendosi invece come “modo di produzione e riproduzione di rapporti di produzione”.]: l’università è già uno spazio di sfruttamento, ed insieme ci disciplina come forza-lavoro, investendo da una parte per renderci competenti e dall’altra per rinchiudere in una cornice ristretta le nostre possibilità di immaginare.


Noi studentə, universitariə e giovani precariə siamo postə di fronte a un presente che non ci garantisce la possibilità di essere autonomə, che ci incatena alle nostre famiglie, che non ci dà la possibilità di autodeterminarci. Da una parte troviamo la strutturale e drammatica inadeguatezza di Er.go (l’ente regionale per il diritto allo studio), che eroga borse di studio incapaci di adeguarsi a un vertiginoso aumento dei prezzi, e già da prima insufficienti per coprire le reali necessità di una vita universitaria che possa andare al di là della malsana sopravvivenza. Dall’altra vi è l’inesistenza di misure che permettano di conciliare una vita fuori dalla casa della propria famiglia con il desiderio di studiare e di vivere l’esperienza universitaria nella sua complessività di stimoli. In questo panorama scoraggiante il tema dell’autonomia e dell’autodeterminazione si afferma ancor più drasticamente come ulteriore linea di oppressione sulle soggettività dissidenti, disallineate, non normate e non normabili, su chi nella casa, nella famiglia, nellə partner non trova uno spazio safe. Il vincolo familiare risulta ad oggi imprescindibile per sopravvivere a Bologna: dall’insostenibilità economica alle garanzie richieste nel contratto d’affitto, la possibilità di rompere quel vincolo alla famiglia, di rimanere solə con i nostri desideri e le nostre scelte, risulta sempre più impraticabile.


Per questo, per altro e per tutto oggi convergiamo. Oggi convergiamo perché non vogliamo riuscire a sopravvivere, nonostante tutto, in questa univer-città, perché vogliamo abitarla da protagonistə, vogliamo strappare dalle mani dei privati la decisionalità sugli spazi fisici e sociali facendola nostra, non abbiamo intenzione di elemosinare le briciole ma siamo prontə a dar battaglia pretendendo il tutto.Oggi convergiamo perché fare l’università non significa passare le giornate tra essere chine sui libri e l’essere sfruttate al lavoro per poterci permettere i prezzi di Bologna. L’università è un luogo, nel tempo delle nostre vite, di cui ci riappropriamo e in cui vogliamo poter essere autonomə rispetto alle nostre famiglie, autonomə dai ricatti salariali, autonomə dalla catena dei CFU.
Oggi convergiamo perché l’orizzonte del nostro percorso si pone molto più in alto della sfera dei bisogni, ma pretende di arrivare a quella dei desideri.
Oggi convergiamo perché rifiutiamo un presente devastato dalla guerra, disertiamo da questo arruolamento dilagante, sabotiamo entrambi gli schieramenti del sistema.
Oggi convergiamo perché insorgere è necessario.
Oggi insorgiamo perché vogliamo una vita bella.
Collettivo Universitario Autonomo

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