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Voci dalla Pandemia: Santiago del Cile

Abbiamo intervistato un amico di Bologna sul contesto cileno, luogo nel quale da ottobre c’è stato un processo insorgente che ha visto la convergenza di lotte come quella del movimento studentesco, del movimento femminista, di quella ambientalista e quella dei popoli indigeni, per scagliarsi contro i principi neoliberali portati avanti a suon di violazioni di diritti umani dal governo Pinera.  Nell’intervista si riflette su come la pandemia abbia impattato il paese e sulle lotte sociali, sulle condizioni di lavoro e su quelle carcerarie. Emerge forte e chiaro che non si farà un passo indietro, le lotte non si fermano e si preparano a rilanciare!

  • In che contesto ti trovi tu?  Come te la passi?

Io vivo a Santiago. Sono arrivato qua la prima volta nel 2016, sapendo solo ciò che avevo letto nei libri di Sepulveda. Allora ho lavorato in un paio di ristoranti come pizzaiolo e cameriere e avuto la fortuna di conoscere, attraverso la cultura hip-hop locale, una balotta con attitudini molto simili alla mia di Bolo. Più o meno tre anni fa a Santiago ho conosciuto un signore Mapuche che mi ha invitato nella sua comunità al Sud del Cile, in territorio indigeno. Questo evento, insieme ad un altro ambientato a Pucallpa, in piena Amazzonia peruviana, mi ha portato ad interessarmi profondamente alla resistenza e saggezza millenaria di questi popoli. Per questo, finché non si è bloccato il paese lo scorso Ottobre, stavo partecipando ad un corso di studi su linguistica e cultura dei popoli indigeni del Sudamerica. Sono un disegnatore di fumetti più che studioso, un rapper e graffitaro più che politico, per questo mi scuso se alcuni passaggi sono spiegati male.

Il virus mi ha trovato in un buon momento perché da qualche tempo vivo in una casa più che comoda rispetto alla media, che condivido con altre persone, in un quartiere periferico di Santiago. Mi ha trovato anche abbastanza preparato ad affrontare situazioni su cui non ho il controllo, come dicevo il paese è in subbuglio dal 18 Ottobre passato. Ovviamente soffro non poter uscire e tutti i progetti iniziati come artista indipendente sono in stand-by. Cerco di approfittare del tempo per disegnare, leggere e racimolare le idee.

  • il 18 marzo in Cile è stato decretato lo “Stato di Catastrofe”. Cosa significa, materialmente? 

Decretando lo “Stato di Catastrofe” il presidente si è avvalso di poteri che normalmente non gli competono e le zone colpite sono passate sotto la dipendenza del Jefe de la Defensa Nacional. 

A Sebastian Piñera è servito per restringere le libertà di movimento e riunione, per riempire le strade di militari (dal 18/03) e stabilire il coprifuoco (dal 22/03). Il primo provvedimento del governo in realtà risale a qualche giorno prima ed è stato annunciare che il test diagnostico per il COVID-19 avrebbe avuto un prezzo minimo di 20.000 pesos (21,50 euro). Dopodiché si sono chiuse le frontiere, sono state sospese le lezioni e proibiti gli eventi, nello stesso momento in cui i primi casi confermati venivano dimessi dalle cliniche senza essere stati trattati, i prezzi dei prodotti di igiene e protezione personale saltavano alle stelle (in Cile lo stato non può intervenire nel mercato, stabilire un limite ai prezzi è incostituzionale), atterravano a Santiago i nuovi “carros lanzagases” e la prima notte di coprifuoco i militari dipingevano e cancellavano da “Plaza Dignidad” i vestigi della rivolta. Non c’è  neanche l’ ombra di provvedimenti sanitari e sociali, nemmeno la garanzia che chi doveva rispettare la quarantena (in stra maggioranza ricchi cileni che tornavano da Europa e Asia) lo abbia fatto davvero. Migliaia di persone continuano a lavorare e muoversi per la capitale in metropolitana ed autobus. E’ chiaro che l’unica preoccupazione del governo è mantenere stabile il modello economico e non salvaguardare la salute dei cittadini. Lo Stato di Catastrofe serve semplicemente per proteggere sicurezza (delle grandi imprese, soprattutto di tipo estrattivista) ed ordine (nei quartieri più vulnerabili). Dà carta bianca alle forze di polizia e via libera alla repressione. 

Incide gravemente su una buona fetta di popolazione perché l’isolamento, vale a dire permettersi un luogo degno in cui passare la quarantena, è un privilegio di pochi. Nei settori popolari c’è sovraffollamento, mancano acqua potabile e misure igieniche. Incide soprattutto sulle persone che vivono in strada, sulle donne vittime di violenza, sui debitori che non possono pagare le loro quote e sulle famiglie che non possono pagare l’affitto. Sui bambini nelle mani del Sename (un servizio perverso e negligente di protezione dell’infanzia), sugli anziani, sui migranti e sui carcerati.

  • Credi che questa dichiarazione sia strumentale al governo per sedare le proteste del movimento popolare femminista iniziate il 18 ottobre scorso?

E’ difficile descrivere quello che è successo qui ad Ottobre. Mi piace pensarlo come un risveglio collettivo, estremamente distruttivo e costruttivo. Sono venuti a galla anni e secoli di ingiustizie e soprusi contro i popoli indigeni, le donne, i poveri e la Pachamama. 

Il virus è esploso casualmente a metà Marzo, momento di fuoco dell’“estallido social”. Ovviamente si sapeva già da prima che sarebbe esploso, per questo penso che la volontà del governo sia stata quella di ritardare il più possibile i provvedimenti per farli coincidere con il ritorno della protesta (dico ritorno perché qua a marzo inizia l’anno scolastico e le/gli studenti sono parte essenziale del movimento). In realtà non c’è mai stata pausa, come ha dimostrato la manifestazione femminista dell’ 8 Marzo, che ha riempito le strade di tutto il paese. 

Il governo ovviamente ha approfittato alla grande della situazione. In un colpo solo ha risolto il problema delle proteste e ha trovato la scusa perfetta per rimandare il plebiscito (*) dal 26 Aprile al 25 Ottobre 2020, grazie ad una legge promulgata il 26/03.

E’ chiaro che il COVID-19 mette a nudo molti degli aspetti che provocarono la rivolta in Ottobre, come la disuguaglianza, il pessimo sistema di salute pubblica, l’abuso delle imprese, l’inettitudine del governo, la crisi ambientale e l’affanno per il guadagno. Dopo il gran numero di morti, torture, traumi oculari, violenze sessuali, feriti e detenuti, vedere i militari agli angoli delle strade armati fino ai denti, con mascherine N95, sconti nelle farmacie e precedenza per il vaccino contro l’influenza, non fa che aumentare la tensione. Intossicano e sparano su chi fa barricate e blocchi stradali per evitare il contagio permettendo l’ingresso dei turisti, sostenuti da spese milionarie per armamenti e scorte mediche. Durante l’ultimo mese, approfittando della crisi, tra le altre cose la giustizia cilena ha dichiarato impuni gli assassini di Punta Peuco, 17 torturatori della dittatura che facevano parte della “Carovana de la muerte”, il sistema di pensione AFP ha ritirato dei fondi ai contribuenti, il governo ha venduto aree naturali protette e il presidente ha incolpato l’immigrazione illegale di aver portato il virus in Cile, quando tutti sanno di chi è la colpa.

Il COVID-19 è stato usato dal governo come uno strumento per cancellare, minimizzare, occultare e mettere tra parentesi gli altri problemi che si stavano concettualizzando. Molti si chiedono cosa succederebbe se sfruttassimo anche noi il momento per organizzarci socialmente, passare dall’approvvigionamento individuale alla “olla comun” e se disobbedissimo alle assurde regole di controllo sociale, riscoprendo autosufficienza e medicina ancestrale. Rimangono in sospeso moltissime lotte e non ci sono tuttora risposte alle domande sociali ed alla violazione dei diritti umani accaduta da Ottobre ad oggi.

(© Slider Nama)
  • La popolazione continua a mobilitarsi dentro lo “stato di catastrofe”?

Gli abitanti di alcune zone costiere ( per esempio Algarrobo e Aysen) hanno occupato le strade di accesso ai villaggi e creato cordoni sanitari. Uno dei casi più simbolici è quello dell’Isola di Chiloé dove c’è stata una vera e propria sommossa popolare che ha costretto le forze dell’ordine a ritirarsi. Negli ospedali, nelle imprese dove ci sono stati i maggiori licenziamenti, nelle zone di siccità, nei centri commerciali e nei quartieri più emblematici ci sono ancora delle manifestazioni, niente a che vedere con quello che stava succedendo prima. Ho letto di azioni solidarie di un gruppo anarchico di  Santiago che ha rubato generi alimentari a una catena di supermercati e li ha regalati alle persone in difficoltà. In alcune comunità indigene si realizzano barricate e blocco del transito, le zone in questione sono chiuse ed autogestite. A Tirua i pescatori regalano tonnellate di pesce alla popolazione. Il 13 Aprile nella zona di Lleu Lleu c’è stata un’azione organizzata della resistenza Mapuche contro un’impresa forestale: una camionetta bomba è esplosa sul ponte di accesso e la polizia è stata respinta a pallottole. In molti quartieri si raccolgono alimentari, prodotti d’igiene e materiali educativi per redistribuire. Attraverso la solidarietà e la collaborazione si cerca di contrastare la rabbia (al vedere che si salva il capitale e i poveri muoiono) e l’incertezza (metà della popolazione è rimasta senza lavoro). Un gruppo femminista sta organizzando un censo per conoscere la situazione e le necessità degli abitanti ed offrire appoggio economico e psicologico.  Gli integranti della “Primera Linea”(*) da giorni disinfettano e igienizzano strade, autobus, fermate, metropolitana e stazioni. Ho sentito di assemblee e turni notturni per aiutare le persone che vivono in strada. Nei quartieri popolari le persone si organizzano per rifornirsi all’ingrosso dai produttori e così boicottare i supermercati. Dal 19 Marzo si leggono notizie della grave situazione carceraria. Un video mostrava i gendarmi picchiare i detenuti, durante una protesta che esigeva condizioni igieniche degne e denunciava giorni di totale assenza di luce, doccia e sapone. Il 20/03 nel carcere femminile di San Miguel tutti i bambini in confinamento con le madri sono stati portati al Sename, molti sono minori di due anni. Il 7/04 i prigionieri politici del modulo 15 di Santiago (in tutto il paese sono 2500 quelli della rivolta) hanno iniziato uno sciopero della fame reclamando la loro qualità di imputati ed il diritto alla presunzione di innocenza. Nella carcere di Puente Alto la maggioranza della popolazione è positiva, non esiste distanza sociale ne assistenza medica. 

  • La sanità in Cile è sotto regime privatistico. Che effetto produce questa politica sulle condizioni di vita delle persone?

Il carattere privatistico del modello economico cileno, che riguarda non solo salute ma anche educazione, sistema di pensione, alloggio, opere pubbliche e risorse naturali ( il Cile è l’unico paese nel mondo in cui l’acqua è privata), è un tema abbastanza complesso e probabilmente ci vorrebbe un esperto per spiegarlo. L’intoccabile modello è vigente dai primi anni della dittatura di Pinochet, quando si adottarono le teorie neoliberali di M. Friedman e A. Harberger. 

Un’amica mi ha fatto riflettere sull’accumulazione di capitale in Sudamerica: la prima tappa fu caratterizzata da oro, argento, petrolio, rame, carne, frutta e caffè. La seconda dallo sfruttamento di lavoratori e schiavi, la terza dal guadagno nei servizi di previsione sociale. Mi spiegava che lo stato promuove il mercato utilizzando trasferimenti pubblici in forma di “sussidi alla domanda”, passando dei buoni ai settori più vulnerabili. Una parte del sussidio la da alla persona, che lo spenderà nel settore privato perché il pubblico è in stato di collasso (questo avviene solamente se ha la possibilità di aggiungere di tasca sua la percentuale scoperta, 33,5 per cento di ogni prestazione) e un’altra all’impresa che vince il concorso per garantire la domanda. 

La libertà di scelta tra settore pubblico e privato si può compiere solamente in base alle capacità economiche e l’accesso alla salute segmenta la popolazione, mentre un piccolo gruppo di imprese guadagna con le assicurazioni sanitarie e le cliniche. Lo stato non possiede gli ospedali, il suo ruolo è pagare il sussidio ai suoi collaboratori o prestatori di servizi e fiscalizzare, deresponsabilizzandosi così nel caso in cui il sistema non funzioni. La salute non si comporta secondo la logica dei diritti o della sicurezza sociale ma funziona secondo quella dei beni di consumo. Le necessità sociali basiche si trasformano in un affare.

Nel settore pubblico l’attesa media per un appuntamento con il medico è di 412 giorni, per un intervento chirurgico 391. Le liste d’attesa sono selettive, ogni prestazione non pagata o non prioritaria va in fondo alla fila.  Nel 2018, in queste liste, sono morte 26.000 persone. Per un crudele scherzo della burocrazia le famiglie hanno ricevuto, mesi dopo la morte dei loro cari, l’appuntamento per l’operazione o la trasfusione che aspettavano. 

La poca efficienza del settore pubblico è un’altra spinta, nella logica di accumulazione di capitale, al settore privato. Le persone sono costrette ad indebitarsi per pagare prestazioni alle cliniche e farmaci alle case farmaceutiche. L’effetto che produce è che chi ha soldi accede alle cure nel privato, chi non ce li ha muore in fondo ad una lista d’attesa. 
Un discorso a parte andrebbe fatto per la salute mentale…

 Dall’esterno il sistema di salute cileno è un modello da seguire per gli ottimi risultati nei macro indicatori e la bassa spesa.  Questo succede perché il sistema privato tende ad essere efficiente selezionando l’indice di rischio e tenendosi i beneficiari con meno probabilità di ammalarsi e più soldi nel portafoglio.

(© Estudio des artes visuales Gran om&Co)
  • Dopo anni la “crisi sanitaria” Italiana, goffamente malcelata, si è svelata. Si può parlare di crisi sanitaria anche in Cile?

Secondo me si può parlare di crisi sanitaria in Cile già da tempo, ancora di più adesso, dato per certo che il virus acutizza i problemi del sistema immunitario e collassa il sistema di salute.

Penso che ci sia una grossa incongruenza tra le misure di sicurezza e la loro applicazione. Il presidente dice di lavarsi le mani e ci sono 35.000 persone nel paese che non hanno accesso all’acqua potabile, dice di evitare agglomerazioni e non fa nulla per frenare lo spostamento giornaliero di migliaia di lavoratori. L’anno scolastico continua on-line ma quasi metà della popolazione non ha accesso ad internet. Il numero e i dati dei contagiati sono maneggiati dal governo e non dal collegio medico (la presidentessa, Izquia Sanchez, ha denunciato il presidente ed il ministro della salute di aver manomesso le cifre ufficiali e di non aver condiviso nessun protocollo), i telefoni di emergenza non rispondono e i risultati degli esami arrivano dopo settimane, il test si applica solo in caso di febbre, si considerano i morti come casi recuperati. I familiari degli anziani morti per COVID-19  negli ospedali pubblici denunciano che non hanno avuto possibilità di accedere al respiratore. Un’inchiesta del Collegio Medico del 31/03 rivela che l’85,7 per cento dei funzionari della salute denuncia mancanza di forniture mediche di base, brutale precarietà, turni estenuanti, licenziamenti di personale e negazione del test a pazienti che presentano sintomi. L’unica risposta del governo è stata inviare agli ospedali il protocollo per il trattamento dei cadaveri contagiati e comprare 10.000 sacchi mortuari.

 A Punta Arenas, dove c’è la più alta tassa di contagiati, nel giro di qualche giorno sono finiti i ventilatori meccanici. La situazione è destinata a ripetersi in molte città. Ho letto che la rete assistenziale collasserebbe al raggiungere i 30.000 contagiati.

Anche la crisi sanitaria è selettiva. La prima morte è una domestica che prendeva 3 bus al giorno per raggiungere il quartiere ricco della sua padrona, che non l’aveva avvisata di avere i sintomi al ritorno da un viaggio in Europa. Ovviamente lei ha avuto accesso alle migliori cure e si è ripresa.

La quarantena è parziale e vigente in poche comunas, quando i numeri richiederebbero provvedimenti più drastici e si è visto a cosa porta prenderli troppo tardi.  

Non mi aspetto nulla di buono dal ministro della salute, Jaime Mañalich, espulso dal collegio medico per condotta non etica, che in passato ha falsificato le liste d’attesa lasciando 30.000 pazienti della rete pubblica senza cure ed ha destinato 20.000 milioni di pesos alle cliniche private. 

  • Che politiche del lavoro vengono attuate? Rispetto alle condizioni lavorative precedenti al virus, è cambiato qualcosa? In che modo?

La sicurezza sociale non garantisce assistenza ad una buona parte della popolazione. 

Una amica avvocata mi ha spiegato come funziona l’assurdo sistema tributario, in cui una multinazionale paga meno tasse di un’attività familiare.

Le AFP più che un sistema di pensione sembrano un mercato obbligatorio di risparmio. E’ un sistema di risparmio individuale, che non redistribuisce e che, in alcuni casi, riesce a trattenere il fondo rimanente dei clienti deceduti. Il 90 per cento delle pensioni non supera i 150.000 pesos, la relazione tra ingresso e spesa è asimmetrica ed è un guadagno milionario per le banche e le azioni in cui si investono i fondi. Le AFP espropriano il salario, ottenendo per legge il 10 per cento.

Il Sename, sistema di protezione all’infanzia, funziona più o meno così: lo stato non ha la sua rete di strutture di accoglienza ma crea le basi tecniche del programma per risolvere un determinato problema/domanda e apre un concorso. L’impresa o corporazione che vince, con i soldi che riceve (il sussidio alla domanda) , gestisce la struttura trattando il problema con la logica del mercato, spendere poco per guadagnare molto. Dal 2005 nei centri del Sename sono morti più di 1600 bambine/i ed adolescenti, solo nel 2017 si sono registrate più di 200 violazioni dei diritti umani e non esistono responsabili.

Il lavoro è precario e non protetto. L’attuale stipendio minimo (301.000 pesos) è sufficiente per pagare i servizi basici, comprare un Kg di pane al giorno, il trasporto e l’affitto.  Il 39 per cento dei lavoratori non ha un contratto e metà di loro guadagna meno di 400.000 pesos, il 30 per cento ha più di 65 anni. Moltissime persone vivono del guadagno giornaliero vendendo qualsiasi cosa per strada, i musicisti esibendosi sugli autobus e i più indigenti parcheggiando le auto o raccogliendo materiale di riciclaggio, gli artisti organizzando “talleres” e “ferias”. Le condizioni lavorative sono gravemente peggiorate sia per chi continua a produrre (per la mancanza di sicurezza sanitaria) sia per chi è rimasto senza lavoro (per la mancanza di sicurezza economica).

 Il piano economico illustrato il 21/03 prevede il passaggio di 11,700 milioni di dollari dallo stato a grandi imprese come Banco Estado per fomentare i prestiti, oltre che permettere ai datori di lavoro di licenziare chi non può svolgere home-working e di non pagare gli stipendi per due mesi. Il lavoratore può scegliere tra lavorare e non ricevere lo stipendio o stare a casa e non ricevere lo stipendio. Durante la crisi non sono stati sospesi i pagamenti di servizi basici, prestiti e crediti studenteschi (bisognerebbe aprire una parentesi per parlare del CAE, una specie di mutuo per pagare le università).  I mall e i centri  commerciali sono pronti a riaprire le porte, quando secondo gli specialisti non siamo ancora arrivati al peak di contagi. Come ha dichiarato J. Manuel Silva, il direttore del principale sistema di gestione dei fondi: “non possiamo continuare a bloccare l’economia, dobbiamo assumerci dei rischi, e questo significa che morirà molta gente”.

Da qualche parte ho letto: “Trovatemi una definizione migliore di capitalismo: non posso andare alla sepoltura di mia nonna venerdì per non entrare in contatto con altre persone e lunedì sono costretto ad andare in metropolitana a lavoro”.

Santiago de Cile,  18/03/2020

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