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Università e pandemia – riflessioni per un ripensamento dal basso dell’università

In che modo ripensare il diritto allo studio in università?

28/09/2020

Partendo da un’analisi del comportamento di università ed enti per il diritto allo studio nell’affrontare il periodo di lockdown possiamo approfondire le problematiche strutturali che in Italia attraversano il settore del cosiddetto “diritto allo studio”. Per prima cosa occorre abbandonare definitivamente un’ingenua idea della concessione di aiuti economici o di servizi come una dimostrazione della resistenza di un minimo di stato sociale, di una sorta di missione redistribuiva. Se è vero che l’affermazione del “diritto allo studio” in quanto idea è stata ottenuta con le lotte, oggi il concetto di “diritto allo studio” appare debole, precario e soggetto all’azione di una moltitudine di “se” e “ma”. Nell’istruzione di oggi, un “diritto” si presenta non più come una facoltà garantita a tutt_ ma come un obbiettivo da raggiungere tramite il proprio impegno individuale, una sorta di premio per la buona condotta.
Seconda premessa è che nel mondo dominato da un neoliberalismo decadente ma sempre pronto a reinventarsi, anche il campo del diritto allo studio viene immaginato come terreno utile all’espansione del Capitale. La prima premessa contribuisce a rafforzare e legittimare la seconda: il discorso sul diritto allo studio come fondato sulla meritocrazia, è funzionale a spianare la strada alla logica di mercato anche in questo campo.
Il settore del diritto allo studio, come ogni altro settore un tempo compreso nel Welfare state, è ormai sotteso alle regole categoriche del pareggio del bilancio e qualunque politica redistributiva viene bollata con lo sdegnoso epiteto di “assistenzialismo”.
Se gli enti preposti e le università non riescono ad uscire, in situazioni di difficoltà eccezionale come quella che abbiamo vissuto e continuiamo a vivere, da stringenti logiche burocratiche è perché sono originati e ancorati ad una scelta politica. Hanno scelto di rendere difficile l’accesso al diritto allo studio, hanno scelto di renderlo limitato e non garantito, hanno scelto di spingerci ad una competizione sfrenata per soldi e servizi che ci spettano e non ci bastano.

Negli ultimi anni abbiamo visto a Bologna come in altre città, un forte aumento del costo degli affitti e della vita specialmente nelle zone assiduamente frequentate da universitari_. A fronte di una crescente difficoltà a permettersi di vivere sotto le due torri, non c’è stato cenno di aumento delle borse di studio la cui totalità per un fuorisede non è minimamente sufficiente a garantirsi un anno di vita in città.
L’Alma Mater Studiorum, come la maggior parte delle università italiane, non ha rinunciato minimamente ai propri profitti per venire incontro a studenti e studentesse. Nessuna interruzione o riduzione delle tasse, more per mancati pagamenti partite subito. Tutto questo a fronte di una cancellazione dei servizi in tempo di lockdown ed una sua drastica riduzione ancora oggi. Spese di gestione, luce, internet e riscaldamento sono venute a cadere totalmente sulle spalle di studenti, studentesse, docenti, ricercatori e ricercatrici mentre l’Unibo se ne è liberata. Sia Unibo che Er.go hanno approfittato della pandemia per ridurre spese e fare profitto.

In questa situazione pandemica, i servizi normalmente offerti dagli enti (vitto e alloggio) non sono più garantibili a causa delle misure di distanziamento e igiene necessarie a limitare la diffusione del virus. Questi servizi sono stati interrotti durante il lockdown e alcuni lo sono ancora oggi. A tutto ciò però è seguita una difficile e incerta restituzione delle quote di borsa di studio convertite in buoni pasto e alloggio. Per migliaia di studenti, solo all’Unibo, ciò ha comportato una perdita di reddito notevole anche se solo temporanea. È necessario che questi servizi siano resi gratuiti e non vadano più a pesare sulla borsa di studio. La mensa universitaria di Via Zamboni continua ad essere fra le più care d’Italia e concede solo una scarsissima riduzione per i titolari di borsa. Il raddoppio della quota che si decide convertire in servizio mensa non basta, non fa che creare esclusività e non compensa minimamente un servizio scadente e con posti limitati. Un vero diritto allo studio, slegato dalle logiche di profitto, si traduce anche nel diritto a del cibo sano e ad un servizio mensa in linea con i bisogni ed i desideri di tutti e tutte. L’esternalizzazione della gestione del servizio in mano a multinazionali dell’alimentazione come Elior non fa che acuire i problemi. Alle esigenze di profitto di Er.go vengono a sommarsi quelle di società come la multinazionale francese già attaccata dal movimento dei Gilet Noirs per lo sfruttamento di lavoratori senza documenti (in francese sans-papiers) e per il suo prestare servizio in carceri e lager per migranti.

Per comprendere come il neoliberalismo e la logica di mercato agiscano in ambito universitario, inoltre, è utile addentrarsi nel sistema degli studentati. La residenza universitaria oggi si presenta come un luogo limitante e osteggiato dagli studenti: impossibilità di ospitare qualcuno anche solo per una notte (eccetto un genitore), presenza di guardie private all’ingresso, mancanza di spazi comuni all’altezza dei propri desideri, strutture trascurate, riscaldamenti non funzionanti e connessione WiFi indecente per un’università che pretende di vivere online così come in presenza. Ogni studentato di Bologna è per la stragrande maggioranza abitato da iscritti al primo anno; questo perché un anno di esperienza in studentato, così come si presenta oggigiorno, basta e avanza!
Oltre a essere pochi gli studentati quindi si presentano come luoghi autoritari, poco curati e limitanti. Limitazioni che rientrano nel progetto teso a produrre soggettività studentesca dedita ai dettami competitivistici del neoliberalismo. Produrre soggettività, produrre studenti come merce. In questo si sta evolvendo l’università-azienda, così come la scuola, e in questo senso si deve evolvere la nostra analisi: non dobbiamo più immaginare studenti e studentesse come dipendenti (altrimenti avremmo un salario bastevole a riprodurci) ma come il prodotto di questa industria. Produrre tanta e buona merce-studente rende più attraente l’università a grandi investitori esterni e la fa salire nelle speciali classifiche da cui dipende il maggiore o minore finanziamento da parte dello Stato. In quest’ottica i servizi agli studenti e il “diritto allo studio” possono essere letti come un investimento nelle strutture (capitale fisso) atte a produrre merce di maggiore qualità.
Ma i condomini abitati da studenti che nascono informalmente e che, come molti di noi hanno sperimentato nel periodo di lockdown, si stringono attraverso la solidarietà, dimostrano che c’è voglia e bisogno di stare insieme. Inoltre un vero e proprio DIRITTO allo studio, cioè inteso come facoltà garantita a tutt_, non può che essere slegato dal cottimo del profitto studentesco i cui obiettivi sono sempre più difficili da raggiungere dovendo sopravvivere nel mondo del lavoro precario. Slegare lo studio dal profitto è slegare la volontà di studiare dalla necessità di lavorare. È urgente, special modo in un mondo sempre più soggetto all’imprevedibilità, una forma di finanziamento concreto del diritto allo studio in forma sempre più diretta e universale.
Ripensare il diritto allo studio diventa quindi sforzo necessario non solo a immaginare un più vasto e libero accesso alla possibilità di ricevere e creare cultura, ma anche a immaginare nuove forme più libere di vita collettiva e demercificata.

Cosa vuol dire salute all’interno del mondo universitario?

17/09/2020

Il periodo storico che stiamo attraversando ha fatto emergere con forza le grandi contraddizioni del sistema ela sua struttura, che viene ogni giorno messa in discussione dalle spontanee domande che molte persone si ritrovano a fare a causa di un livello di sofferenza sempre più diffuso.

Sin dall’inizio della Pandemia, essendo stato un problema sanitario la causa di paure, di problemi finanziari e sociali, del mondo che sembra andare in tilt, è stato immediato interrogarsi su cosa sia effettivamente la Salute e soprattutto quanto questa conti veramente, quanto valga in termini economici e quindi quanto sia insacrificabile. L’immagine del sistema economico-sociale che lavora per il benessere e la salvaguardia delle persone fa fatica a reggere già quando ci si pone la domanda di quanto valga la nostra salute; il fatto che questa possa essere effettivamente quantificata e valutata come qualcosa su cui non conviene investire, fa scricchiolare le basi dei grandi altari delle illusioni capitaliste; per questo sistema la tua vita. vale meno delle quotazioni in borsa di  un’azienda, vale tanto quanto è funzionale alla sua riproduzione e ogni crisi è l’occasione per reinventarsi.

In questo scenario l’Università è ancora una volta lo specchio della società. Un ente pubblico che dovrebbe essere un luogo di condivisione di sapere e che dovrebbe permettere a tutt@ di avere accesso ad
un’istruzione di qualità, ma che invece si sostanzia in qualcosa di molto diverso. L’unica cosa che ricerca è come chiudere il bilancio annuo in attivo di milioni di euro. Per questo sono fondamentali i grandi investimenti di enti privati, che diventano sempre più influenti e determinanti. Mai come oggi lo scheletro del funzionamento capitalista è stato così esposto e quindi attaccabile e il mondo accademico ce lo mostra bene.

Se ripercorriamo l’agire di Unibo ed Er.go dall’inizio della pandemia passiamo da un’assenza di servizi, ad un blando tentativo di sopperire alle problematiche per via telematica, ad una totale assenza di dialogo nei confronti di studentesse e studenti che pretendevano risposte e proponevano soluzioni dal basso per affrontare l’emergenza. Nonostante i presidi continuativi che si sono dati sotto al rettorato, in cui le rivendicazioni studentesche pretendevano un annullamento delle tasse vista l’assenza di servizi, l’Università non si è scomposta di un centimetro, nessuno si è degnato di dare alcun tipo di spiegazione. I loro introiti sono qualcosa che mai metterebbero in
discussione. Come se non bastasse l’Unibo non ha mai bloccato quel terribile ricatto su cui si basa l’università, un funzionamento folle per cui se non dai gli esami entro un certo lasso di tempo allora vai “fuori corso” e quindi non si sa per quale motivo devi pagare di più o
ridare indietro i soldi della borsa di studio -nel caso tu sia rientrato nell’esclusivo graduatoria. Tutto questo perché se non si
sta al passo, se non si è ottimali e non si rispettano i ritmi di produzione, allora si deve pagare pegno a quello che è un vero e
proprio tunnel di indebitamento ed estorsione che rende migliaia di giovani precari. L’ansia che il mondo della formazione produce è qualcosa che grava enormemente sulla salute mentale e fisica delle persone, toglie il fiato dover costantemente rincorrere i ritmi che ti
vengono imposti per riuscire a vivere degnamente con i pochi soldi che si riescono a mettere assieme con gli aiuti familiari e i lavoretti, dovendo far fronte alle varie spese che una città come Bologna
comporta, con affitti altissimi per catapecchie inospitali.

E mentre la pandemia dilagava l’Unibo non ha mosso un dito per rendere migliore la situazione, l’ha anzi complicata, mantenendo i suoi metodi e pretendendo i soliti pagamenti, nonostante non erogasse alcun servizio, se non alcuni scadenti a cui hanno potuto accedere solo
coloro che sono riuscit@ a pagare di tasca propria PC e Wifi. Nel frattempo il lavoretto con cui in molte e molti attutivano i costi è saltato per via del Lock down, mentre l’affitto è rimasto lo stesso e
gli aiuti dei genitori sono diventati una spesa insostenibile per nuclei familiari alle prese con l’assenza di lavoro e di sussidi compensativi. In tutto questo l’ansia, lo stress, la depressione, la
consapevolezza di non riuscire a farcela, perché non si è abbastanza brav@ sono aumentati a dismisura, in molt@ hanno abbandonato gli studi perché non potevano più permettersi di sostenere un sacrificio di questo tipo.
Nel frattempo l’Unibo decantava la sua efficienza e scalava le classifiche delle migliori università del mondo, mentre migliaia di student@ soffrivano, reclusi in casa, costretti a studiare senza materiale, in stanze doppie, triple, cercando di trovare la concentrazione nel caos delle case studentesche, quando là fuori il mondo veniva attraversato da un virus incontrollabile, che mette a repentaglio la salute dei propr@ car@ a distanza di centinaia di kilometri.
I problemi psichici sono la conseguenza dell’esasperazione di un sistema produttivo che spreme fino ad usurare. La reazione è la stessa che ha il pianeta in cui viviamo, nel quale il logoramento dato dalle gabbie estrattiviste distrugge ogni equilibrio, cosicché dilagano pandemie e cataclismi. Il concetto di salute è qualcosa di molto più
ampio di come lo si intende e di come se ne parla ogni giorno, non dipende esclusivamente dal contrarre o meno un virus, è invece “uno stato di completo benessere fisico, sociale e mentale, e non soltanto l’assenza di malattia o di infermità” (questa la definizione dell’OMS).

Tutto questo è stato messo da parte da Unibo ed Er.go, che nel frattempo contavano i soldi che continuavano a fatturare come mai prima, vista l’assenza di spese di bollette e manutenzione di tutte le aule di proprietà dell’università, che hanno tentato in tutti i modi di tenere chiuse.
Quando non c’era più ragione che reggesse per non riaprire i luoghi dove poter studiare, è stato grazie alle pressioni di studentesse e studenti che l’Università è stata costretta a rendere fruibili delle aule studio, ma questo è stato fatto fregandosene completamente
dell’interesse di chi ne avrebbe usufruito e anzi è stata messa a repentaglio ancora una volta la loro salute, con luoghi troppo piccoli e con assenza di servizi igienico sanitari adeguati. Del resto nell’attraversare i luoghi universitari non si è mai avuta l’impressione che la salute fosse presa in considerazione o interessasse a qualcuno, altrimenti sarebbero state messe a disposizione tutte quelle strutture inutilizzate di proprietà
dell’Unibo, per permettere alle persone di non ammassarsi e fare a gara a chi arriva prima per seguire una lezione, oppure avremmo avuto assorbenti nei bagni, preservativi e fontane nei corridoi…

All’inizio del nuovo anno accademico la soluzione è rendere attraversabili le aule tramite escludenti prenotazioni, cosicché solo chi sarà abbastanza svelto e vincerà l’ennesima gara potrà riuscire ad
usufruire dei posti limitati. Ancora una volta anziché mettere a disposizione più aule, si decide di arginare il problema con la soluzione più economicamente favorevole, che deleghi alle compagnie
telematiche il problema del distanziamento fisico e dell’attraversamento dell’università.
Unibo ed Er.go stanno approfittando della pandemia, speculando sulla sofferenza e la salute di studentesse, studentu e studenti per attutire le spese, consolidare grandi introiti siglando accordi coi privati che investono e modellare un’Università dove la socialità, l’espressione e il dissenso siano repressi, cavalcando la situazione per impedire di affiggere manifesti e di fare assemblee, con motivazioni che non hanno alcuna valenza dal punto di vista sanitario.
Mentre queste cose è possibile farle rendendo gli ambienti salubri, con le giuste accortezze e nel rispetto altrui. A dimostrare ciò sarà l’autogestione, l’autorganizzazione e la costruzione di un’autotutela collettiva. Tutta la sofferenza che ci hanno provocato non la scordiamo e dovranno rendere conto di tutto, non ci fermeremo qui, non potremo permettere ad Er.go e all’Unibo di speculare sulla salute delle persone. Adesso è arrivato il momento di ribaltare la situazione e pretendere non solo quello che ci spetta – ovvero un attraversamento salubre dei luoghi universitari e un’assenza di degenerazioni sul benessere psicofisico – ma andare oltre e decostruire questo sistema scolastico che ci ha dimostrato come mai prima che ci considera dei numeri e niente di più e che non ha alcun interesse per noi, ma anzi è disposto a sacrificare la nostra salute per i propri guadagni. 

Adesso dobbiamo liberare il sapere, dobbiamo reinventare l’Università e il mondo della formazione, adesso dobbiamo prenderci tutto!

Università e città: alle porte del cambiamento in atto

11/09/2020

La città di Bologna ha sempre avuto il suo cuore pulsante nell’Università e nella comunità studentesca la sua fonte di vitalità: per questo motivo lo sviluppo della metropoli è sempre stato fortemente legato all’evoluzione dell’Alma Mater.
Purtroppo entrambe oggi sono lo specchio delle amministrazioni e non delle persone, degli interessi delle politiche economiche e non del benessere di chi attraversa e vive gli spazi. Proprio per questo la necessità di essere studenti e studentesse attiv_ sul territorio bolognese è sempre stato e continua ad essere una responsabilità.

Le nostre città sono un campo di battaglia, forse oggi più che mai, e come queste l’università. Il ruolo che questa istituzione ha, soprattutto a Bologna, è centrale; proprio per questo è necessario che una rinascita diversa del sistema universitario avvenga oggi e che lo faccia mettendo al centro il benessere, la salute, l’attraversabilità delle aule nell’autotutela collettiva, garantita a tutt_, e una politica di sviluppo ecosostenibile delle strutture universitarie, attraverso la rigenerazione di stabili vuoti.
Gli stabili universitari, non solo nel capoluogo emiliano ma in tutta la regione, sono moltissimi e potrebbero essere valorizzati e restituiti alla comunità studentesca in tutti i campus Unibo.
Negli ultimi anni abbiamo assistito all’impossibilità di studenti e studentesse di trovare casa a Bologna: ciò si è tradotto nella progressiva espulsione di questi/e e di tutte quelle soggettività dal profilo sfumato, come student_-lavorator_, lavoratori e lavoratrici precari e precarie ecc, costretti a spingersi sempre più lontano dal centro e dalla zona universitaria per avere una sistemazione dignitosa e accessibile.
Questa è una questione diventata strutturale più che emergenziale.

Oggi lo scenario risulta cambiato e purtroppo non in meglio: nonostante il presunto aumento delle iscrizioni all’Università di Bologna e l’aumento delle case sfitte in città, di cui leggiamo su diversi giornali online, non si riescono comunque a trovare case che possano rispecchiare realmente le possibilità di tutt_ gli studenti e le studentesse che oggi, alla luce della crisi economico-sociale causata dalla pandemia, non possono più permettersi gli stessi affitti degli anni scorsi, a maggior ragione in una situazione nella quale molti di quei “lavoretti” che servivano ad arrivare a fine mese di fatto non esistono neanche più. In altre parole, seppur oggi il problema non sia la mancanza di case vuote, vi è un effettivo e concreto problema di reddito e accesso alla città.
Questo porta ad una riflessione che pone al centro la questione del reddito e quindi del diritto allo studio e alla vita dignitosa in una città che già da qualche anno dimostrava inospitalità per le persone con poche possibilità, e nella quale l’Università a singhiozzi concede borse di studio, che in ogni caso risultano ad oggi non sufficienti per le condizioni delle reali necessità di consumo.

Cosa ci aspettiamo da una città che ha preferito smantellare tutte quelle realtà politiche e sociali che rendevano, per quanto possibile, accessibile alle tasche dei più divertimento, alloggi e aggregazione? Come dimostrato dalle vicende legate agli sgomberi di occupazioni come ExTelecom, XM24, studentati occupati come il Taksim di via Zanolini ecc, queste esperienze sono state chiuse in favore di progetti millantati come nuove possibilità di vita (quale possibilità si cela dietro uno Student Hotel di lusso, accessibile soltanto allo studente-tipo che vive ormai soltanto in ricordi lontani, non si sa).
Se all’Università può far comodo in questo momento la città svuotata da studenti e studentesse – cosa che nella loro ottica potrebbe risolvere il problema degli spazi da concedere alla comunità studentesca -, per l’economia della città e dei palazzinari questo potrebbe invece costituire un enorme problema che l’amministrazione, prossima alle elezioni comunali, cerca di risolvere con irrisori ‘bonus affitti’, che ci chiediamo se riescano veramente a venire incontro a studenti, studentesse, lavoratori e lavoratrici precari/e ecc, o se più che altro non andranno invece a tenere in piedi il sistema di speculazione immobiliare che vige a Bologna.

Di nuovo, Università e città, diventano un campo di lotta tutto da conquistare e le cui contraddizioni si palesano quotidianamente. Nonostante insistenti richieste venute da studenti e studentesse, Unibo non accetta che sia necessario restituire i soldi delle tasse dell’anno scorso a studenti e studentesse che non hanno usufruito di alcun servizio durate la quarantena, non accetta che vengano abolite le tasse di quest’anno accademico: vogliamo qualcosa che possa realmente dare all’università la democraticità e l’accessibilità che vengono millantate ma che sono di fatto inesistenti. Noi vogliamo che nessun_ venga lasciato indietro, come invece troppe volte in questi anni abbiamo visto succedere: ci troviamo invece davanti ad un sistema universitario che si vanta di essere di massa ma che nel concretizzarsi dei problemi ignora tutte le soggettività che non rispecchiano lo studente-tipo immaginato per attraversare l’Unibo, per attraversare la città.

Vivere in precarietà non è più accettabile, è necessario immaginare un futuro prossimo libero dai ricatti.

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