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Voci dalla Pandemia: precariato giovanile e sanità pubblica in Lombardia

“La romanticizzazione della quarantena è un privilegio di classe.”

Voci dalla pandemia: Racconti dall’Italia e dal mondo
In un momento in cui la crisi pandemica riporta alla luce tutte le contraddizioni del sistema-mondo che conosciamo e che siamo costretti a vivere, istituzioni e governi rendono appetibile l’emergenza solo per determinati tipi di persone, escludendone molte altre. La polvere sotto al tappeto comincia a sbucare in ogni dove. I tagli alla sanità pubblica fanno vacillare le narrazioni idilliache di un’economia neoliberista che tende in realtà alla privatizzazione e all’intensificazione delle disuguaglianze sociali.
Quello che ci proponiamo è di essere la voce collettiva di tutte le soggettività tagliate fuori dalla comodità e dalla sicurezza dell’emergenza. Vogliamo bucare la bolla temporale venutasi a creare attorno a questo specifico periodo che costituisce in realtà soltanto un picco di quella che è una crisi ecologia e sociale globale.

Raccogliamo qui la testimonianza di Andrea, giovanissimo infermiere che si è trovato ad affrontare l’emergenza Covid-19 nel disastroso contesto lombardo: moltissim_ student_ di infermieristica si sono trovati ad anticipare la laurea per essere immediatamente immessi nel mondo del lavoro – con precari e brevissimi contratti di collaborazione – per far fronte alle grosse carenze pregresse del sistema sanitario.

Sono infermiere da circa un mese. Circa un mese prima della data di laurea ufficiale ci è stata comunicata la possibilità di laurearci anticipatamente con un forma più snella: esame di stato rapido e una discussione solo dell’abstract della tesi (praticamente un riassunto).

La comunicazione è arrivata una settimana prima della nuova data di laurea e abbiamo avuto solo 2 ore per scegliere: io ho deciso di accettare. Ovviamente è stata una grande delusione non poter festeggiare una data così importante con amici e parenti, ma al momento la priorità era un’altra. La discussione e la proclamazione sono state piuttosto rapide per poter permettere a più studenti possibili di laurearsi e poter essere inseriti nel mondo del lavoro.

Sono stato subito assunto, con un contratto di collaborazione di durata un mese, dall’azienda sanitaria della mia città e assegnato alla mia unità operativa dove avrei preso servizio il giorno stesso. Ieri alla scadenza del primo mese è arrivata una proroga di un altro mese e mezzo, per arrivare a giugno. 

È di poco tempo fa la comunicazione di Fontana che intende assumere a tempo indeterminato chi si è prestato in questa emergenza ma personalmente le trovo parole al vento, in un momento nel quale il presidente della regione si sente alle strette vista la crescente e pressante richiesta di risposte riguardo la pessima gestione dell’emergenza lombarda. Ovviamente è stato bello essere assunti subito, ma un contratto di un mese nell’ambito di un’emergenza di durata certamente superiore fa storcere il naso. Continuo a lavorare perché ho sentito e sento ancora la necessità di dare il mio apporto in questa emergenza, d’altra parte di fronte a tanta sofferenza non si può restare indifferenti. Fortunatamente per il momento non ho la necessità di uno stipendio, cosa che invece hanno tanti colleghi che non si sono visti riconoscere nulla in busta paga nonostante l’incredibile capacità di far fronte ad una catastrofe.

Ovviamente il problema della sanità non nasce con l’esplosione dell’epidemia ma viene da anni e anni di tagli a personale e posti letto, in condizioni di normalità si riusciva a mettere una pezza,  ma in queste occasioni si sono stravolti i precari equilibri esistenti all’interno degli ospedali. Il sistema sanitario ha dato l’unica risposta possibile per il momento, assumere il personale che mancava da anni da un lato e rinunciare alla propria quotidianità e riconvertirsi dal lato dei professionisti che si sono trovati a gestire persone con bisogni diversi da quelli con cui hanno sempre lavorato.
L’unica cosa che mi auguro è che questi sforzi non saranno dimenticati da una classe dirigenziale sempre più distaccata e da un’utenza che sembra scoprire il valore della salute e del personale sanitario solo in questi giorni.

L’importante testimonianza che abbiamo ricevuto mette in risalto da un lato le enormi carenze del Sistema Sanitario Nazionale (già da prima dell’inizio dell’emergenza) e dall’altro le forme di ulteriore sfruttamento messe in campo per far fronte al disastro lombardo. Se già in tempi di “normalità” lavoratori e lavoratrici di numerosissimi ambiti della produzione e della riproduzione erano costretti nel ricatto preferito dal capitalismo, quello che pone di fronte ad una scelta tra la propria salute e la possibilità di avere uno stipendio, in questo momento di crisi sanitaria il peso del ricatto diviene ancora più insostenibile. Durante “l’emergenza Covid-19” rimanere a casa è un lusso non accessibile a tutt_: per quanto riguarda il mondo della sanità pubblica, il gioco tra la necessità di uno stipendio e il senso “morale” di dover contribuire (la cui forte costruzione mediatica non può essere del tutto ignorata) ha permesso di immettere a tempo determinato nel mondo del lavoro operatori e operatrici precari/e, sottopagati/e, sfruttati/e, senza garanzie reali rispetto al futuro. La carenza del SSN pre coronavirus ora sono palesi: questo porta a domandarsi come possano, alla luce delle mancanze constatate, essere sufficienti dei contratti di collaborazione della durata di un mese e poco più?

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