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Scheletri di ZeroCalcare, tra la difficoltà della periferia e le ansie dell’adolescenza

(Questo articolo può contenere qualche piccolo spoiler)

E’ da qualche giorno uscito Scheletri, l’ultimo libro di ZeroCalcare, un autore che non ha certo bisogno di presentazioni.
Dopo la pubblicazione dell’opera divisa in due volumi “Macerie Prime” (in cui vi è rappresentato il duro confronto con il diventare adulti e con tutto quello che ciò comporta) e della raccolta di storie brevi “La scuola di pizze in faccia del professor Calcare” , Michele ci presenta un libro diverso, che per certi sensi ricorda una delle sue prime opere, “Dimentica il mio nome”.

Disegno di ZeroCalcare

Rispetto infatti all’opera divisa in due volumi appena citata, qui torna centrale la trama, formata da elementi di fantasia e elementi autobiografici, attraverso la quale vengono trattati vari temi che riguardano la vita di molti e molte di noi.
Attraverso una storia dalle sfumature thriller e noir, veniamo catapultati nella periferia romana vissuta da ragazzi e ragazze adolescenti, che vivono con tutto il peso delle loro paure, delle insicurezze, delle ansie e dei loro stereotipi, che insieme formano le lenti con le quali vedono e danno significato alla realtà che vivono.
Le difficoltà che si vivono nelle periferie delle grandi città sono rappresentate in maniera schietta, dalla dipendenza dalle droghe (il personaggio di Osso è emblematico) fino ad arrivare ad avere a che fare con personaggi malavitosi e violenti come il Paturnia.

Disegno di ZeroCalcare

Ma come sempre non c’è un solo lato della medaglia, e allora come in tante delle sue altre opere Calcare dimostra attaccamento e amore per il suo quartiere e per la periferia, descritta con termini nostalgici e malinconici, che rievocano luoghi in qui ha vissuto gran parte della sua adolescenza, come la sala giochi, luogo di ritrovo con le persone a lui care.
Ma il personaggio che più rappresenta la periferia e quel sentimento di amore ed odio per essa è Arloc, ragazzo di 16 anni incontrato dal protagonista durante le mattinate passate sulla metro romana a combattere con i propri demoni interiori.
Arloc incarna perfettamente lo stereotipo del ragazzo di periferia, che forse è dovuto crescere troppo in fretta e prima dei suoi coetanei che vivono vite ben più agiate.
Amante dei graffiti e delle tag, sveglio e diffidente verso il prossimo, abituato a rispondere con la violenza alle provocazioni, perché come lui stesso spiega più volte, in certi ambienti se chini la testa sei finito.
E sta proprio qua uno dei punti più interessanti di questa opera: Calcare inquadra Arloc proprio sulla base di stereotipi e strutture mentali preimpostate presenti in lui, per quanto esso stesso in un certo senso non lo ritenga possibile, essendo cresciuto in ambienti in cui si lotta per distruggere questi stereotipi e queste strutture.

Disegno di ZeroCalcare

Calcare da infatti la colpa del dito mozzato che trova all’inizio della storia (proprio questo è l’incipit dell’intreccio principale) ad Arloc, partito per vari avvenimenti successi e tornato da Berlino pieno di tatuaggi e con una figlia.
Da sempre a lui la colpa di un eroinomane molto su una panchina, poiché a suo avviso le persone non possono cambiare: Arloc era violento, impulsivo e invischiato i brutti giri, di conseguenza anche con il trascorrere del tempo deve per forza essere rimasto tale.
Ed ecco il colpo di scena: Arloc invece è cambiato, e anche in passato aveva agito nella maniera più giusta possibile nonostante il protagonista non avesse preso questa ipotesi neanche in considerazione.
Perchè nonostante la mentalità aperta che riteneva di avere, anche Calcare in questa storia giudica senza conoscere ciò che è successo e tramite stereotipi propri dalla società.
E tutto questo è rappresentato da una delle ultime tavole, dove sono disegnate su una una pagina totalmente nera delle belve che si attaccano, e il testo che le accompagna è: “Bestie feroci, in gabbia, che si feriscono e si lacerano, si fanno a pezzi, si giudicano, senza sapere nulla, senza accorgersi.”
Una tavola che porta con se un intrinseco pessimismo, tipico dell’autore, che vuole darci un monito chiaro e preciso: anche se ci riteniamo migliori degli altri, lontani da certi modi di intendere la realtà, in fondo anche noi spesso non siamo altro che quelle che noi definiamo bestie con disprezzo e giudichiamo con grande presunzione.
Nessuno e nessuna di noi è liber da contraddizioni, non esistono santi, non esiste la perfezione.

Disegno di ZeroCalcare

E allora ci troviamo a guardarci allo specchio, con il groppo in gola, costrett a fare i conti con lati di noi che pensavamo non esistere, costrett a scendere dal nostro piedistallo, costrett a fare i conti con il fatto che banalmente siamo esseri umani che vivono una costante lotta interiore tra le contraddizioni comuni che sono dentro a chiunque.
Ognun di noi ha i suoi scheletri e i suoi mostri, e come viene scritto sul finale, in fondo viviamo sopra a una fossa comune, piena di tutto ciò che non apprezziamo di noi stess e dei nostr segreti che proviamo a nascondere, anelando alla perfezione.
Un’altra parte importante del volume, non certo sconnessa da quello appena trattata, è dedicata all’affrontare le proprie ansie e le proprie paura, a dimostrare che se tenute dentro possono prendere la forma di mostri, ma una volta esternate e razionalizzate perdono questa loro aura di gravità e mostruosità.
Molto spesso siamo noi stessi a creare i nostri mostri interiori, che crescono e maturano se tenuti dentro di noi.
Per concludere, siamo davanti a una delle opere più mature di Zerocalcare, il quale in questo volume riesce a rappresentare in maniera concreta alcune situazioni di vita e alcune difficoltà comuni a tanti ragazzi e tante ragazze.
E forse dopo aver affrontato la paure di diventare grandi, è ora di accettarlo definitivamente e di affrontare le nostre paure e i nostri mostri interiori.

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