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Questione Isee – Unibo: dopo un anno a che punto siamo?

Se da un lato la pandemia ha profondamente snaturato gran parte della nostra quotidianità, alcuni aspetti del “vecchio mondo” sono rimasti intatti, marmorei, trovando un loro posto anche in questo precario presente.

La limpida contraddizione dell’Isee offre – per così dire – un puntuale campo di analisi, utile allo svisceramento di questo tema.
Già nella realtà pre-covid mettevamo a forte critica i criteri di assegnazione delle borse di studio e della no tax area, poiché determinati dal reddito familiare inerente a ben due anni prima rispetto alla richiesta da presentare. Chiunque sia dovuto passare da questa snervante trafila burocratica, chiunque abbia tastato con mano la necessità economica di forme di reddito universitario, conosce perfettamente l’astrattezza dei principi con cui gli enti messi a garanzia del diritto allo studio – o comunque, i presunti tali – gestiscono queste forme di welfare.

Quello che si è sostanziato come un modello ampiamente problematico anche prima della perpetua quarantena in cui sembriamo essere stat catapultat, in essa si radicalizza come vero e proprio iato, una soluzione di continuità tra i bisogni concreti della comunità e le non-risposte formali delle istituzioni.
Quanto può essere rappresentativo della condizione economica di ognun di noi, un Isee risalente a ventiquattro mesi prima? Che valenza può avere, oltretutto, durante una condizione di stato d’emergenza che si protrae senza tregua da più di un anno?

Qui a Bologna poi, l’attualità da tragedia si trasforma in grottesca e surreale farsa.
Sul finire della scorsa stagione estiva, l’Unibo aveva fatto uscire un bando con cui dichiarava di mettere a disposizione aiuti per le persone che durante la pandemia avevano subito un calo di reddito e si trovavano in situazioni di difficoltà, definite simpaticamente con l’appellativo di “studenti disagiati”. Al di là della grezza etichetta appioppataci dall’amministrazione universitaria, al di là dell’egemonia dei cfu in quanto criteri fondativi di questa ennesima borsa di studio, al di là delle cifre irrisorie messe a disposizione per una totalità di quasi novantamila studenti e studentesse, si è avuta per giunta la faccia tosta di fare una cernita tra chi era formalmente beneficiario da cui scegliere – in maniera arbitraria – solo un esiguo gruppo di effettivi.

E’ inaccettabile che un rettorato universitario abbia deciso ponderatamente di tenere fuori da quella borsa di studio tante e tanti di noi, piombati in uno stato di piena precarietà a causa delle conseguenze del covid, pur avendo presentato tutta la documentazione sul reddito richiesta.
Pretendiamo – tanto in generale, quanto in questo stato pandemico – che i criteri ad ora aleatori del calcolo Isee assumano uno straccio di consistenza riferendosi all’anno in cui di volta in volta si presenta la richiesta, e non più ai due prima.

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Ad un anno dall'evento che ha sconvolto le nostre esistenze e che ha messo in luce le contraddizioni latenti dei mondi che viviamo, ci ritroviamo ancora smarritə nella sofferenza cercando, a fatica, di continuare ad immaginare modi di vivere differenti che, nonostante la normalizzazione del dolore impostaci, riescano ad essere possibilità reali e non fantasie utopiche. L'università, uno di questi mondi, accantonata dal dibattito pubblico istituzionale è diventata per centinaia di migliaia di studentə, professorə, ricercatorə, dottorandə un non-luogo ancora più invivibile di quanto già non fosse prima della pandemia. L'ottica utilitarista e pienamente funzionale all'accesso al mondo del lavoro - a patto di eccellere e sgomitare - che l'universo formativo ha, non ha fatto che diventare ancora più palese. Ultima testimonianza di ciò sono le bozze di recovery plan messe in campo dal governo Conte e approvate dall'attuale governo Draghi. Ma l'Università è altro, l'università è tempo, è esistenze, è sete di socialità, di legami, di arricchimento. Ci chiediamo da mesi quali siano le modalità in cui poter risignificare anche con la pratica i luoghi universitari, il sapere, la conoscenza e la passione, continuando a tenere al primo posto la salute collettiva. Le risposte sono state fin da subito l'autogestione, l'autorganizzazione, l'autotutela, che combinandosi con i bisogni e i desideri delle soggettività che attraversano l'università creano spazi di possibilità, di azione, di bellezza. Per questo nasce, già sull'inizio dell'estate 2020, Piazza Studio Autogestita (https://cuabologna.it/2020/06/25/non-ci-accontentiamo-delle-briciole/), un modo di ritrovarsi, di confrontarsi di nuovo e di protestare per le ingiustizie subite fino ad allora, e che purtroppo non sono mai cessate, nonostante i lunghi mesi in cui momenti di agitazione, azione, iniziative in rettorato si sono susseguiti.

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