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VOGLIAMO ANCHE LE ROSE!

Didattica a distanza tra necessità e desiderio

Da un anno a questa parte ci siamo trovatə totalmente immersə nella crisi economico-sanitaria causata dalla pandemia in corso. Come universitariə ci siamo ritrovatə a fare i conti con un nuovo strumento, che inizialmente doveva essere provvisorio ma che ora sta diventando sempre di più la “nuova normalità” in ambito accademico: quello della didattica a distanza.
Sono state fatte molte riflessioni su questo nuovo strumento, ma riteniamo che, essendo in continuo divenire, ci sia ancora molto di cui parlare. Stigmatizzata o amata, la dad apre nuove prospettive su quello che sarà il futuro universitario. Fin dall’inizio della pandemia ci è stata imposta come unica soluzione per portare avanti la didattica, è diventata il mezzo tramite il quale le università si sono fatte vanto della continuità delle lezioni e dei corsi. “L’università non si ferma” è stato il grido di battaglia degli atenei, senza però tenere conto delle complicazioni che questa può aver avuto, e ha tuttora, sulle soggettività che attraversano e compongono l’università. La dad crea una grande disparità tra lə studentə che ne usufruiscono poiché i fondi stanziati non sono stati utilizzati per garantire che fosse accessibile a tuttə: gli investimenti per l’innovazione tecnologica non sono stati destinati a chi in dad studia e lavora, ma (interamente) all’acquisto e al rinnovamento delle strumentazioni all’interno delle aule degli atenei.
In un paese che si ritrova al 24esimo posto per digitalizzazione nei paesi UE è impensabile che la didattica a distanza sia un valido strumento per garantire la possibilità di accedervi a tuttə.
La dad ha anche tanti apparenti lati positivi che danno una parvenza di maggiore inclusione a soggettività prima marginalizzate o escluse dalla vita accademica: il costo di trasferirsi in un’altra città e il dover pagare affitti sempre più salati, il costo in tempo e denaro che lə studentə pendolari erano costrettə a spendere e la difficoltà per chi lavora, ha figlə e deve sobbarcarsi il lavoro domestico nel frequentare l’università fisicamente, sembrano annullati dalla possibilità di frequentare a distanza.
Un’università costruita su un canone bianco, maschio binario e abile sembra finalmente aver trovato la perfetta soluzione alla mancata inclusione di tutte le soggettività non conformi: che strumento magico la dad per sopperire a secoli e secoli di marginalizzazione!
Ma è veramente questa la soluzione a cui possiamo ambire per renderci davvero protagonistə delle nostre vite e dei nostri reali desideri?
Al ricatto economico, alla povertà e alle disparità di genere non si può rispondere con un palliativo come la dad. Vivere la didattica a distanza come la stiamo vivendo ora, da donne, madri, soggettività non binarie, corpi non conformi, significa isolamento totale da socialità e possibilità di vita altra . Questa pratica di insegnamento costringe moltə di noi a stare chiusə in casa e a vivere con le proprie famiglie. La famiglia rinarrata alla “Mulino Bianco” spesso e volentieri non è altro che un luogo di riproduzione di violenza e sfruttamento. Come madri, donne e studentesse ci ritroviamo ancora oggi a doverci sobbarcare un lavoro di cura esasperante: un <<lavoro d’amore>> che incide nelle nostre vite non solo da un punto di vista pratico ma anche sotto forma di ricatto emotivo. Ricatto emotivo a cui siamo assoggettate da sempre come uniche detentrici della responsabilità del focolare domestico. La dad è vista come una risoluzione conciliante tra la possibilità di continuare una carriera universitaria e la continua presa in carico di questo lavoro ancora oggi necessario alla riproduzione capitalista.
Riteniamo che questa non sia una reale soluzione: la necessità stringente risiede nella collettivizzazione del lavoro di cura e del carico mentale che questo comporta.
Come soggettività lgbtqi+ rimanere con la famiglia spesso comporta non poter vivere in tranquillità la propria identità di genere. In un periodo storico di precarietà sistemica la famiglia rappresenta l’unica fonte di sostentamento che legittima un ricatto normativo su corpi e comportamenti. Fare outing spesso e volentieri può rappresentare una forma di privilegio, ma anche una forma di esclusione e marginalizzazione che nel peggiore dei casi può arrivare ad efferate forme di violenza. Se la dad nella teoria sopperisce a delle mancanze strutturali della nostra società, nella realtà semplicemente le nasconde. Al giorno d’oggi le disparità di genere, la violenza e le difficoltà economiche si sono radicate sempre di più a causa della pandemia, e la risposta alle necessità di studenti e studentesse non può essere la dad, vista come soluzione finale alle problematicità che tuttə noi viviamo. Questo tipo di didattica non può essere una reale soluzione per tutte quelle donne che hanno figlə e si sobbarcano il lavoro di cura, non può essere una soluzione per chi non ha la possibilità economica di trasferirsi in un’altra città e non può essere una soluzione alla mancata inclusione dei corpi non conformi e disabili. Un cambio sistemico, un reddito universale, è questo ciò che vogliamo e per cui lottiamo: l’indipendenza economica è l’unico mezzo tramite il quale possiamo smarcarci da famiglie violente e dalla precarietà delle nostre vite.

Eppur vogliamo anche le rose.

Non ci basta parlare della necessità, pensiamo che l’importanza della dad risieda nel nodo del desiderio. Questa infatti rappresenta una possibilità aggiunta alla didattica solo nel momento in cui non rappresenta uno strumento palliativo a delle necessità, ma ci permette di vivere le nostre vite dove e come desideriamo. La dad rappresenta una possibilità di scelta e autodeterminazione solo al di fuori del ricatto economico e sociale a cui siamo sottopostə.
Nè amata nè stigmatizzata, la dad è uno strumento in continuo divenire che esplicita ulteriormente i rapporti di forza della nostra società, uno spazio di contesa tutto da risignificare all’interno delle lotte.

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