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Noi ci vogliamo! (Non belle, non brutte)

Ci è spesso capitato di recente di incappare in questo genere di graziose pubblicità di giochi del telefono targati MYTONA. [“Questa ragazza ha proprio bisogno di un makeover!”: lei con scie di gas verdognolo, tanti peli, i capelli arruffati e la pelle butterata. A quel punto la pubblicità ti fa vedere come puoi “rimetterla a nuovo”, con trucco, messe in piega e cerette. Ma se fallisci, allora lei arriverà ancora “brutta” all’appuntamento con il belloccio di turno che le piace tanto e lui, incredulo, la guarderà con disgusto mentre se ne va.] 

Le riflessioni che suscita sono molteplici, parlano di estetica del corpo bello contro quello brutto, di cura di sé come unica strada verso l’accettazione all’interno di questa società (che poi, cosa si intenda con cura di sé, non è chiarissimo per chi voglia limare il significato privandolo della sua accezione normativa e meramente di brand dell’industria dei cosmetici), di male gaze (sguardo maschile) come traccia alla quale attenersi. Parlano di norma, di riproduzione del patriarcato, di un dolore che ci incalza da quando siamo bambinə, che ci schiaccia, ci porta all’anoressia, alla bulimia, all’autolesionismo, al disgusto davanti allo specchio.
Tuttə noi, e soprattutto – quando si parla nei termini in cui faremo qui di severo vincolo dell’estetica – tutte noi, siamo cresciute in un mondo che ci pretende depilate, profumate, pettinate, truccate, ben vestite, mai fuori posto, snelle e senza cellulite, anche a costo di tutta la sofferenza che questo possa richiedere. 

Esiste un canone estetico rigido che va rispettato, e anche ove non lo si rispetti il progressismo pink di questi ultimi anni è riuscito, al meglio delle sue scarse possibilità, solamente a dirci che in caso dobbiamo “accettarci così come siamo”, che possiamo “andare bene lo stesso”. Non è il sistema che va cambiato, siamo noi che dobbiamo cambiare, che sia questo un cambiamento per essere “più belle” o un cambiamento per essere “più capaci di accettarci”. Noi però del cambiamento individuale non ce ne facciamo nulla. 

È straziante ancora a 25 anni rimanere per un istante ferite di fronte alla pubblicità di uno stupido gioco che ti permette un “makeover”, di lavorare sul tuo peloso puzzolente e brufoloso avatar fino a farlo diventare una splendida giovane donna, riempita nuovamente di dignità grazie al cambiamento del suo aspetto. Ma poi l’istante di dolore passa e a quel punto rimane solo una rabbia incontenibile, travolgente e stravolgente, per quello che tocca subire ogni dannato giorno per un’intera adolescenza (e oltre). Il costante check del nostro aspetto, le critiche al pelo di troppo, alla pezza sotto l’ascella, al capello fuori posto, ai vestiti da “sfigata”; la cosa peggiore forse è che per quanto si possa costruire uno sguardo critico e cercare distaccarsi dalla normazione, una punta di dolore a volte rimane, quello che abbiamo imparato ci resta appiccicato addosso, ci fa ancora paura. Il nostro sguardo lotta, non sempre con successo, per liberarsi di quello sguardo che ha imparato così bene la differenza tra “bello” e “brutto”, come se esistessero in assoluto

La violenza della norma patriarcale che vincola il nostro aspetto entro confini ben definiti pesa (delle volte fino all’insostenibilità) sulle nostre spalle e – orchestrata per essere una vera fissazione per il controllo del modo in cui il proprio corpo appare – costruisce il paradigma attraverso gli occhi di uomo che ci guardano, e in quello sguardo trova lo scopo. Come ci segnala la puntualissima pubblicità (che riesce abilmente a racchiudere in un breve video un coacervo di espressioni del patriarcato e del dominio sulle donne), il problema principale nell’essere brutta, puzzolente, struccata e baffuta è proprio che il ragazzo (cioè il simbolico detentore del paradigma) scappi di fronte a tanta mostruosità. 

Noi non vogliamo questo vincolo, non vogliamo un paradigma, non vogliamo nessuno sguardo esterno a determinarci. Noi non vogliamo accettarci, non ci vogliamo “lo stesso”. Noi ci siamo rotte le ovaie di misurare il nostro valore sulla liscezza della nostra pelle o sul numero scritto sulla bilancia. Noi ci autodeterminiamo, noi ci vogliamo liberə, noi ci vogliamo (non belle, non brutte)
E quindi attenzione, caro principe azzurro con la puzza sotto il naso, l’oscenità avanza (e questa è una promessa) col sorriso sotto i baffi incolti. Scappa!

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