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Tra pandemico e post-pandemico. Scorci della luna di carta sotto la notte della nuova normalità

Da qualche tempo a questa parte, si prova un certo imbarazzo nel proseguire ostinatamente con l’analisi del presente che ci circonda. Un loop esperienziale, potrebbe essere questa la definizione che racchiudere la nostra vita oggi: uscire a stento da un inverno denso di difficoltà pandemica con morti, contagi e restrizioni; passare alle prime luci di speranza primaverili che ci reintroducono nel turbine di pulsioni proprie del mondo sociale; arrivare poi all’estate in cui ogni raziocinio, ogni riserva è stata sciolta e seppellita sotto la sabbia, pensando di poter gridare “è finita!”; e accorgerci disperati durante l’autunno che sotto quel bagnasciuga si nascondeva un ennesimo cratere in cui già ad agosto stavamo affondando. E così via da capo. Ciclico.

Una giostra, delle montagne russe, un film (per giunta scadente!) di cui già si conosce l’amara fine, ma che non per questo si esita a viverlo ogni volta come se fosse la prima. Sono già due anni che passiamo dal mito delle false attese estive a quello dell’autofustigazione invernale, e c’è da chiedersi quanto ancora si debba rimanere a girare in tondo su questa pista polistil.

Durante le prime avvisaglie di Covid19, per le strade del Cile in rivolta si faceva largo uno slogan ben definito, che di lì a poco avrebbe assunto significato mondiale grazie alla sua limpida trasversalità “No volveremos a la normalidad porque la normalidad era el problema”. Centrava dritto il punto della questione sindemica, del rapporto di causa-effetto tra l’estrattivismo – non solo ambietale ma anche economico, sociale, politico – più sfrenato e il periodo di emergenza che ci si accingeva a vivere, di quanto fosse assolutamente dannoso qualsiasi atteggiamento nostalgico o voglioso di restaurare lo status quo. Quello che forse a quei tempi non si poteva immaginare per mancanza di strumenti, era che la controparte non avrebbe avuto alcun desiderio di passatismo – se non forse qualche volta retorico e propagandistico, poco importa – ma che si sarebbe buttata a capofitto in un processo radicale di ristrutturazione, dalle fondamenta più sotterranee agli ornamenti delle pareti esterne. Basti pensare agli investimenti intensivi per la digitalizzazione della didattica liceale, ancor più per quella universitaria e per determinati settori lavorativi.

Siamo state travolte da una normalità nuova, 4.0, hitech, smart, che ci è

letteralmente cascata dall’alto mentre noi barricavamo i sentieri per impedire il passaggio a quella vecchia. Una normalità soprattutto pandemica, che almeno per il mondo occidentale ha significato uno spettro di sensazioni mai provate durante la seconda metà del Novecento: viralità e morte come possibilità costanti della propria esistenza, socialità come frantoio di qualsiasi unzione malefica, alternanza di livelli di regolamentazione duri e burocraticamente complessi.

E’ avvenuto quindi uno shift semiotico del termine pandemia: da stato d’emergenza a scenario quotidiano. Siamo stati anestetizzati, assuefatti alla condizione di crisi che ci circonda, e quasi ormai non ce ne si accorge neanche più, poiché fatta rientrare nell’òntos. Alla luce di questo cambiamento ci si può quindi spiegare l’introiezione della stagionalità riprovevole descritta prima, secondo la quale diventa “naturale” – che, come anche solo citando alcune riflessioni della Davis, non è altro che un sostantivo tra le mani del capitale atto a legittimare un elemento arbitrario della realtà in maniera immutabile e spersonalizzata – se i contagi e le morti si alzano smisuratamente in inverno perché “purtroppo va così e non ci può fare niente nessuno”.

Questo è lo stato post-pandemico attuale, un’uscita tutta elitaria rispetto al dramma pandemico: come poter affermare che l’emergenza è finita se buona parte del mondo è ancora esclusa dalla distribuzione delle dosi di vaccino? Come poter affermare che l’emergenza è finita se buona parte dei reparti ospedalieri restano ancora stipati di terapie intensive? Come poter affermare che l’emergenza è finita partendo dal presupposto che “ormai se sei in salute non rischi più la morte”? Ecco l’apoteosi dell’individualismo che questo presente ha portato con sé in maniera limpidamente tragica, dividendo le vite tra quelle che ha senso tutelare e quelle che vale la pena rischiare, nel grande tabellone del gioco produttivo.

Ma ritorniamo allo sguardo più generale sul tema della doppia enne, la nuova normalità. Le nostre case, le nostre strade, le nostre città sembrano avere tutte assunto una logica rigida rispetto al loro “da-sein”, esser-ci, nel tempo e nello spazio.

Si è andata consolidando una sorta di burocrazia del e per il consumo, nei due anni di pandemia: pensiamo agli inizi di questa esperienza, alle famose autocertificazioni per essere scovati dalle forze dell’ordine in mezzo alla strada. Qual era l’unica giustificazione plausibile o accettabile? Il consumo. L’esplicita dichiarazione, nero su bianco con tanto di firma, che si fosse in quel esatto momento fuori di casa per l’unico e grande motivo dell’acquisto. Abbiamo vissuto così quattro lunghi mesi, durante i quali si andava a fare la spesa più volte possibile ogni giorno, dividendosi le cose da comprare in più turni giornalieri e tra più persone per una stessa casa. Anche la stessa fila diventava un timido momento di contatto col mondo, una giustificazione – anche a noi stesse – per aver incontrato altre persone, per aver scambiato due parole, per aver vissuto un attimo in quella che sembrava un’eternità di sopravvivenza.

E, superati questi quattro lunghi mesi, la situazione si è comunque riproposta nelle zone arancio-rosse che si sono susseguite, arrivando all’assurdo del coprifuoco: in un momento in cui era necessario non assembrarsi, si è addensata la possibilità di star fuori in 16 ore circa invece che in 24, costituendo una contraddizione in termini.
Insomma, la doppia enne è stata costruita passo dopo posso, con un contagocce di introiezione che – non serva citare Chomsky e l’esempio della rana in una pentola d’acqua che se fatta riscaldare poco a poco uccide l’animale in un bollore impercettibilmente crescente – ci ha reso “aggiornate” per questa nuova epoca.

Il fatto che il consumo e non più la produzione si sia arrogato una centralità all’interno della macchina capitalistica, non è mica una novità. E anzi, nel suo processo di consolidamento più che cinquantennale, è riuscito a rappresentare una pratica che contribuisce a formare e a dare espressione all’identità collettiva ed individuale, a diventare una modalità di auto-classificazione all’interno del tabellario sociale. Marx impiegava pagine per descrivere il processo di “feticismo delle merci”, ovvero, dicendola rozzamente, quel desiderio di accumulazione che culturalmente si struttura come se avvenisse un qualche implicito trasferimento del valore economico-sociale della merce in questione a favore del suo compratore.
Oggi però la realtà è cambiata ancora: l’acquisto di una determinata merce non resta solamente come possibilità di costruzione di un noi sociale più o meno altolocato, più o meno abbiente, più o mento ostentatore di benessere. Non è più solo una forma di relazione, di comunicazione, basata su asimmetrie sociali messe in mostra. No, oggi il consumo in sé e per sé di qualsiasi merce diventa requisito per l’esistenza, per esserci, letteralmente, in uno spazio e in un tempo. Per poter uscire fuori di casa. Per poter interagire, prima ancora di doversi preoccupare della figura che si interpreterà o meno in questa interazione.


Esempio lampante di questa tendenza è la realtà tutta, una costellazione di tavolini nelle nostre città, e di vetrine, e di etichette. Una messa a volare di qualsiasi anfratto urbano, che supera anche la vecchia distinzione – tutta borghese si intenda – tra spazio pubblico e spazio privato. Oggi esiste un solo grande spazio: quello da cui poter estrarre valore. E siccome il mondo del privato ristagna in questa palude pandemica, il luogo pubblico diventa una vera e propria miniera d’oro lanciata in svendita. Neanche durante i tentativi ottocenteschi di popolamento del Texas, alla fine della sanguinosa Guerra Civile, così tanti ettari di terreno erano stati lanciati gratuitamente nelle sacche di cuoio degli investitori antelitteram con il capello da cowboy.

Viviamo nell’epoca dei grandi investimenti, dal macro del Pnnr al micro di qualsiasi realtà locale, il che non è per forza un bene. E’ vero, siamo reduci di un passato in cui i tagli e l’incuria erano il vessillo svolazzante della nostra controparte, ma – lo ripetiamo ormai da troppo perché non sia chiaro – il vecchio mondo è terminato! E con lui non è cessata questa guerra trans-epocale, ha solo cambiato campo di battaglia, solo cambiato costumi di gioco!

Gli investimenti ci sono, e questo è un fatto, ma è della loro capacità di direzionare il presente per la creazione di un preciso futuro che la nostra nuova lotta deve prendere le mosse. Siamo già in ritardo, c’è da dirselo. Squadre e squadre di tech-designer stanno ridisegnando le nostre metropoli come piccolo modello scalare del mondo, e nessun angolo sfuggirà a questo aggiornamento, non una piazza non verrà “valorizzata” nella sua cristallizzazione e non un palazzo dismesso non verrà “riqualificato” in nome della sua messa a valore. Lo scontro che ci si pone di fronte sempre più tangibile, quasi da sentirne già l’impatto, ha in sé la sfida della contro-significazione degli spazi, delle città, delle vite, sapendo bene che il nemico dall’altro parte del tavolo non lascerà inutilizzata neppure una panchina nella sua progettazione urbanistica di un futuro da cui estrarre valore.

Alzando gli occhi al cielo si vede questo: una notte buia, ancora troppo buia per poter essere vissuta serenamente, ma allo stesso tempo anestetizzata da una luna di carta posta al di sopra di noi. Quasi come un carillon su una culla, per fare assopire quell’istinto primordiale di sopravvivenza che ci dice di dubitare del velo scuro che, con un tonfo sordo, ci viene gettato di sopra.
Sicuramente orientarsi in una notte senza stelle non è semplice, e ad una luna di carta, per quanto ben fatta, mancherà sempre la possibilità di emanare luce. Ma allora che fare? Rinnegando qualsiasi forma di attendismo, l’unico modo sensato di agire è bruciare quell’artificio dalla forma sferica, riuscendo contemporaneamente ad uscire dall’incantesimo della sonnolenza e, per un attimo soltanto, ad avere mostrato il percorso grazie al barlume speranzoso prodotto dalla combustione.

Insomma, s’addà piccià.

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