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L’8 MARZO SCIOPERO!

🔥 LANCIAMO IL GRIDO DELLO SCIOPERO DELL’ 8 MARZO DALL’UNIVERSITÀ E DALLE SCUOLE 🔥 

CI VEDIAMO DALLE H9 IN VIA ZAMBONI
PER BLOCCARE L’UNIVERSITA’!
PRECONCENTRAMENTO DELLE GIOVANI PRECARI3 H 15 IN PIAZZA VERDI PER RAGGIUNGERE LA PIAZZA DI NON UNA DI MENO 

Come studentess3 dell’università, giovani precari3, lavorator3, studentess3 delle scuole sentiamo la necessità di far sentire la nostra voce durante lo sciopero dell’8 marzo nelle strade, nelle piazze e nelle aule che attraversiamo ogni giorno con i nostri corpi. Ci vediamo fin dalla mattina in zona universitaria: blocchiamo la produzione e la riproduzione e facciamo sentire il nostro grido altissimo e feroce! 
Pensiamo sia impellente costruire una giornata di sciopero da un’università che sempre di più costituisce un luogo di produzione e riproduzione delle istanze capitaliste, siamo stanch3 di dover continuare a sottostare a continue pressioni, ricatti e scadenze. La progressiva aziendalizzazione dell’università e della scuola, così come il mondo della formazione tutto, continua a pesare sulle nostre vite: a tutti gli effetti costituiamo la parte di lavorator3 non salariat3 e per questo sfruttat3. Insieme a studentess3 delle scuole costituiamo tutta quella fetta di precariato giovanile a cui non è data la possibilità di immaginarsi un presente e un futuro ed è per questo che sentiamo l’esigenza di far scaturire tutta la nostra rabbia. Bloccheremo quello il quello che è il motore del mondo della formazione: l’università! Caratterizzeremo la zona universitaria con le nostre presenze multiformi e dirompenti per sottolineare che le strade, le piazze, le aule sono rese safer dalle soggettività che le attraversano. 

Interrompiamo la riproduzione del patriarcato all’interno della nostra università – rompiamo la norma, spezziamo il disciplinamento, abbattiamo lo stereotipo!

Interrompiamo la produzione dell’azienda UniBo, contro lo sfruttamento dellə studentə e il ricatto del merito!

È ormai un ventennio che si assiste alla progressiva aziendalizzazione delle università. La divisione tra triennale e magistrale avvenuta nell’ultimo decennio ha comportato una condensazione dei programmi delle materie con un conseguente aumento di pressione su studentx che, strettx dal ricatto dei CFU minimi da raggiungere per ottenere le pochissime borse di studio disponibili, si trovano costrettx a comportarsi come verx e proprx impiegatx aziendali per riuscire a passare gli esami per tempo.

Lx universitarx si trovano dunque in una posizione di lavoratricx non salariatx, che rischiano anzi di dover pagare delle more nel caso in cui non producano abbastanza all’interno di una struttura che non si preoccupa di far si che tuttx possano avere uguali possibilità almeno in partenza. Come universitarx, spesso precarix perchè costrettx a lavorare per poterci permettere quello che dovrebbe essere un diritto garantito, siamo stancx e l’8 marzo saremo in piazza a riprenderci il nostro tempo interrompendo quello che è il motore dell’Università e della società intera, la produzione.

Interrompiamo le lezioni, gli esami, spezziamo i ritmi imposti dall’università e facciamo tuonare il nostro grido altissimo e feroce in quel silenzio!

Vogliamo un sapere che sia critico e transfemminista, non normato e finalizzato a produzione e sfruttamento

Ci vogliamo liberə di essere multiformi,indecorosə e mostruosə,non siamo inscatolabili in taglie uniche!

Brutta, grassa, pelosa, maschiaccio, troia, ninfomane.. secondo lo stereotipo patriarcale che categorizza il mondo stando alle regole dettate dallo sguardo maschile, che tutto vede e giudica, siamo statə cresciutə con la paura folle di essere noi quelle descrivibili da questi aggettivi – di cui oggi tentiamo la riappropriazione.

Abbiamo vissuto il terrore di attraversare i corridoi della scuola con un capello fuori posto, abbiamo vissuto stando attentə ad essere sempre curatə – ma a modino, senza esagerare, altrimenti poi non ci possiamo lamentare se attiriamo troppo l’attenzione!
Abbiamo vissuto nel clima della dieta perpetua, nella vergogna e nell’invisibilizzazione dei nostri desideri, perché se non hai un corpo degno, magro, abile e bianco non puoi permetterti di desiderare o di essere oggetto di desiderio.
Abbiamo vissuto nel costante paragone dei nostri corpi con quelli dellə altrə, nella normalità dall’invidia e del giudizio, nella competizione distruttiva che invece che porci al centro, ci ha messo in posizione satellite per tutta la vita. 

L’8 marzo scioperiamo e scendiamo in piazza perchè rivendichiamo il nostro diritto ad essere multiformi, indecorosə, mostruosə,  rifiutando la retorica dell’accettazione dei corpi che “nonostante” siano possono essere lo stesso. Noi non siamo “nonostante”, noi siamo. Non c’è nulla da accettare se non c’è nulla di invisibile e marginalizzato, se non c’è un centro e un margine, se non c’è la perfezione e l’imperfezione. Rifiutiamo il canone, la norma e la disciplina dei nostri corpi e dei nostri desideri!

Non mi protegge la polizia, mi difendono lə compagnə! Le strade safer le fanno lə compagnə che le attraversano!

Vogliamo sentirci liberɜ e sicurɜ in ogni spazio che attraversiamo e siamo stanchɜ di sentirci giudicatɜ e colpevoli!

Le molestie che subiamo sono all’ordine del giorno e in ogni luogo: per strada, a scuola, all’università, negli ambienti di lavoro,a casa. La violenza di genere e dei generi è sistemica, è un problema strutturale radicato nella società ciseteropatriarcale in cui viviamo. Fischi, apprezzamenti, commenti non richiesti ci fanno sentire quotidianamente a disagio, arrabbiatɜ ed insicurɜ. Spesso non riusciamo a reagire, ci paralizziamo, e poi incolpiamo noi stesse per non avere avuto il coraggio e la forza di dire qualcosa al momento giusto, per aver lasciato fare.

Ogni volta che proviamo a far sentire la nostra voce la società ciseteropatriarcale ci risponde come un disco rotto: “non dovevi andare in giro da sola”/”non dovevi andare in quel posto”. Il victim-blaming è un’ulteriore forma di violenza: normalizza, giustifica e legittima la cultura patriarcale, deresponsabilizza i responsabili, minimizza e scredita la sofferenza che si porta dentro chi di colpe non ne ha. Il disco rotto continua incessantemente: “ti sembra normale fare queste scenate? Era solo un fischio”/”guarda che se vai vestita così è ovvio che può succedere, cosa ti aspettavi?”. Noi non ci stiamo più.Non siamo noi ad essercela cercata vestendoci in maniera provocante: non siamo prede passive da catturare. Un modello che normalizza e accetta atteggiamenti tossici e violenti non è più accettabile. Ogni volta che subiamo violenza abbiamo il diritto di essere ascoltatɜ!

Ci vogliamo autonomə, liberə da un contesto domestico di normazione, disciplinamento e violenza!

In questi due anni di pandemia un problema già strutturale si è acuito ed è stato ulteriormente legittimato dalle politiche adottate dal governo e dagli istituti formativi. Lo strumento della dad, che si costituisce sia come limite che come possibilità, ha reso possibile una smaterializzazione della scuola e dell’università: questo ci ha dato la possibilità di potere seguire le lezioni con una maggiore flessibilità di orari rispetto alle nostre biografie, ma dall’altra ha trovato una soluzione valida al problema del welfare (togliendo l’università da quest’impiccio). Per noi dad e smart working non sono da demonizzare in assoluto, ma rivendichiamo la libertà che ci spetta nello scegliere, indipendentemente dalle nostre condizioni economiche, tra la dimensione in presenza e quella a distanza. L’alleggerimento del peso di responsabilità di UniBo, comune ed Er.go rispetto alle garanzie di welfare per lə studentə ci ha portatə spesso alla (non) scelta imposta di rimanere nelle nostre case, nei nostri nuclei familiari, nelle nostre città d’origine. Ci ha rinchiusə nel contesto domestico cui apparteniamo, da cui tante volte abbiamo l’unico desiderio di fuggire: fuggire da una dimensione normativa in cui non abbiamo la possibilità di affermare la nostra identità, il nostro orientamento, il nostro desiderio. Fuggire da una dimensione domestica a volte violenta, rispetto alla quale la possibilità di trasferirsi – di uscire di casa e trovarsi immersə in una rete sociale che è anche rete solidale – sancisce anche la possibilità di essere autonomə, di autodeterminarci, di sfuggire alla violenza patriarcale di genere e generazione, che sia essa psicologica, di disciplinamento oppure fisica.

Vogliamo tuttə la possibilità di scegliere in quale contesto vivere, vogliamo questa possibilità garantita dalla nostra università, vogliamo essere autonomə dai contesti familiari e domestici che fanno violenza sui nostri corpi e sui nostri desideri, che ci sbarrano il percorso verso l’autodeterminazione.

In università come sul posto  di lavoro, vogliamo essere trattat3 indipendentemente dal nostro sesso biologico e dalla nostra identità di genere!

Come studentə universitariə tra qualche anno, finite le nostre carriere accademiche, dovremo dedicarci alla ricerca di quel lavoro per cui tanto abbiamo studiato e faticato. Sappiamo bene,però, che le opportunità lavorative ed economiche che incontreremo saranno fortemente differenziate in base al nostro genere. A parità di esperienza e livello d’istruzione le donne continuano ad essere meno pagate degli uomini e con lavori più precari.Il lavoro familiare e di cura,inoltre, continua ad essere considerato un compito esclusivamente femminile e non un lavoro equamente distribuito all’interno delle famiglie, portando ad un aumento di contratti a chiamata e part-time involontari per le donne.Siamo stanchə che ad un colloquio di lavoro ci venga chiesto se vogliamo avere figli in futuro; perché vogliamo avere tuttə le stesse possibilità di poter conciliare i tempi familiari e di lavoro  secondo le nostre necessità e in condivisione con lə nostrə partner/s. Vogliamo iniziare a programmare una vita lavorativa futura che rispecchi le nostre esigenze, i nostri tempi, i nostri spazi.Vogliamo che il nostro percorso universitario sia uno strumento di autodeterminazione. Quando finiremo i nostri studi non vogliamo trovare un mondo lavorativo precario e discriminante, ma una mondo in cui poter costruire una vita bella, che permetta a tuttə le stesse opportunità economiche e di scelta.

Sabotiamo le guerre dei padroni! Imperialismo significa estrattivismo, sessismo, xenofobia; significa minaccia alla possibilità di autodeterminarsi!

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