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LA NOSTRA BATTAGLIA PER UNA VITA BELLA È APPENA INIZIATA!

A quasi un mese dall’occupazione di via Oberdan e pochi giorni dal suo sgombero, crediamo si possa iniziare a pennellare, lungi da qualsiasi obsoleto rigore ideologico, una linea nitida di demarcazione, un noi e un loro, un nostro sentimento trasformativo del reale ed una loro esigenza di incanalarlo, di delimitarlo, di confinarlo. Dopo tutto, un processo per essere analizzato va discusso nel movimento, nel “durante”, fuggendo il più possibile sia dalle astrazioni dell’antequam che dalla chiusura del postquam.

E qui in mezzo oggi ci troviamo.

All’intento di un presente in cui anche lo stesso termine crisi diventa insufficiente per descrivere il groviglio soffocante tra cui le nostre vite sono strette, bisogna iniziare a dotarsi di strumenti nuovi, di orizzonti inediti. Pandemia, guerra, siccità, crisi economica, sono solo alcuni dei terreni di attacco con cui oggi siamo chiamatə a confrontarci, nella consapevolezza che il terreno di contesa è uno ed uno solo.

Da qui la necessità di un movimento che sappia trovare dei determinanti che racchiudano però la complessità più variegata e multiforme, la necessità di un “per questo” che sappia contenere dei “per altro” pronti ad ambire al tutto. Questo, dal canto nostro, è il frutto più prezioso della sperimentazione che intorno al 22 ottobre ci ha visto in tantissimə protagonistə di una reale marea in movimento, perseguendo obiettivi chiari, contribuendo a creare nuovi compost politici.

Ma cosa vuole dire, alla luce di tutto questo, pretendere una vita bella?

Crediamo non sia possibile vincere – e se stiamo lottando, ci sembra quasi scontato dire che sia per vincere – al gioco del nemico introiettando a nostra volta le regole e i paletti immaginativi di tale gioco. Vanno creati schemi nostri, vanno disconosciute le regole della controparte, l’unica vittoria per noi possibile è quella ottenuta al di fuori del gioco, cambiando la consuetudine, la normalità, il realismo capitalista.

Disconosciamo quindi i rapporti di causa ed effetto del tutto arbitrari, ma che quotidianamente ci vengono posti come oggettivi: “per vivere bisogna lavorare”, “ognuno raccoglie cioè che semina”, “il futuro lo costruisci con l’impegno”, “più ti sforzi e più eccellerai”, “ogni porta è aperta se c’è volontà”.

No. Non è vero.

Non siamo tuttə sulla stessa barca, uguaglianza non vuol dire equità. Pretendiamo un mondo che sia radicalmente distante da questi dictat e siamo prontə a prendercelo a partire dell’università. All’interno di un sistema in cui il solo essere giovani può essere paragonato ad una patologia, partiamo proprio dalle nostre soggettività malate per estirpare i ricatti di questo presente, pretendendo ben più della sopravvivenza: puntando al lusso.

Un altro interrogativo, quindi: cosa intendiamo con lusso? Appropriarsi del lusso, collettivizzare quest’ultimo, significa compiere l’atto più osceno di quest’epoca: rompere l’incantesimo, dire che il re è nudo, prendere consapevolezza del fatto che la presunta oggettività di massime totalmente aribitrarie non si alimenti in altro modo che come una credenza popolare. Al pari dei racconti dell’orrore che durante l’infanzia riuscivano in maniera irrazionale a tenerci svegli, oggi basta abbassare la testa e guardare sotto il letto per appurare che non si cela nulla di reale all’interno della propaganda meritocratica, all’interno dello stato di cose attuale.

Basta rompere la bolla per immaginare la possibilità di re-immaginare la propria vita, di porla più in là dei lavori precari, della rincorsa ai cfu, della rinuncia, dell’umiliazione.

Da oggi vogliamo tutto. Case, soldi, spazi, possibilità, libertà, autodeterminazione, serenità. Via Oberdan 16 è stata solo la scintilla, un per questo che ha racchiuso tanti e tanti per altro, e che ora ha fame di tutto ciò che il mondo possa offrirle.

Ripetiamo: è evidente l’oscenità della pretesa, pronta a fare arrossire tutta la schiera di ben pensanti dal rettorato dell’università di Bologna fino ad arrivare alle poltrone più sontuose disseminate per Roma, ma è proprio così che volgiamo apparire. Oscenə, mostruosə, alienə, cyborg, distanti dai costumi delle vostre vite che, sinceramente, ci stanno troppo stretti.

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