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“La donna abitata” di Gioconda Belli

“La donna abitata” di Gioconda Belli è un romanzo che, delicato e travolgente al tempo stesso, intreccia le vicende fuori dal tempo di due donne (o forse di tutte le donne) nel panorama della lotta del Fronte sandinista contro la dittatura di Somoza, in Nicaragua. Questo libro parla di amore e morte, di desiderio e violenza, di speranza, di autodeterminazione (dei popoli e delle donne), di rivoluzione.

“Questa era la dittatura, pensò Lavinia, la paura; la donna che diceva di non sapere niente. Lei che diceva di non voler essere coinvolta. Non sapere niente era la cosa migliore, la cosa più sicura. Ignorare il lato oscuro di Faguas.”

Lavinia è una giovane donna nata in una ricca famiglia dell’aristocrazia di Faguas (città immaginaria del centro America): nella sua vita ha sempre vissuto una confusa ma intensa ribellione all’oppressione patriarcale che è costretta a subire ma dalla quale prova a liberarsi scegliendo di vivere da sola, non sposata, e di lavorare come architetto in uno studio tutto maschile. Ytzà è una giovane guerriera india che ha combattuto fino alla morte contro i conquistadores spagnoli: ora abita un meraviglioso albero di arancio nel giardino di Lavinia, restituita alla terra nella totale armonia del vivente. Entrambe le storie, forse tutte le storie, sono storie d’amore. Di amore per un uomo, sì, ma anche e soprattutto di amore per la propria terra, la propria gente, amore per la vita mai infranto dall’incombenza costante della morte.

“Per lui l’amore era pulque, ascia, uragano. Lo smorzava perché non gli infiammasse il senno. Lo temeva. Per me invece l’amore era una forza con due estremità: una di filo e di fuoco e l’altra di cotone e di brezza.”

Lavinia si innamora di Felipe, collega del suo studio, e tramite lui conosce (o forse è meglio dire: non può più ignorare) il Movimento di Liberazione Nazionale, organizzazione clandestina che combatte il regime del Grande Generale. Sceglie di farne parte. Ytzà si innamora di Yarince, fortissimo guerriero, e parte al suo fianco per combattere gli invasori spagnoli. Lavinia e Ytzà nel corso del romanzo si fondono, clorofilla inizia a scorrere sotto la pelle delicata della prima, sangue caldo nelle venature della corteccia della seconda: le due donne condividono più di un giardino. Condividono ogni emozione, ogni battito accelerato del cuore, ogni paura e ogni atto di coraggio, condividono la morte e la vita che sprigiona, sentono insieme il desiderio, quel desiderio di cambiamento, di vita, di bellezza, che caratterizza ogni rivoluzione.

“La paura non ti passa mai del tutto quando si ama la vita e bisogna rischiarla, ma s’impara a dominarla, a tenerla a bada, a usarla quando è necessario. Il problema non è avere paura, credo, il problema è di che cosa avere paura. Non dare spazio alla paura irrazionale.”

Lavinia e Ytzà non sono solamente due donne, sono tutte le donne, attraverso il tempo e lo spazio, sono la militante sandinista, la guerriera india, la guerrigliera curda delle YPJ, la partigiana antifascista, l’attivista afroamericana per i diritti dei neri, sono “Mara” Cagol e Aleksandra Kollontaj, sono tutte le donne che hanno vissuto, lottato, trovato la morte e soprattutto la vita per degli ideali che non tramontano con loro, per difendersi dalla prevaricazione, dalla violenza, dall’invasione, per conquistare il diritto alla vita, alla dignità, all’indipendenza, all’autodeterminazione. “La donna abitata” parla, meravigliosamente, di questo. Parla a chiunque sia in grado di guardare all’ingiustizia senza indifferenza, parla dei dubbi laceranti e della paura di mettere la propria vita “sulla linea del fuoco”, parla della decisione totalizzante di opporsi alla tirannia (del denaro, della classe, della razza, del genere, della tradizione), parla della lotta come scelta inevitabile (quando c’è la possibilità di decidere ma non ci sono alternative accettabili).

“Lei poteva scegliere di vivere nel mondo analogo in cui era nata. Non vedere l’altro mondo se non di passaggio, dall’automobile, voltando la faccia alle baracche di tavole e col pavimento di terra, per guardare le belle nuvole all’orizzonte, i pendii dei vulcani che si adagiavano sulle rive del lago. Tanta gente cercava di ignorare la miseria, accettando le disuguaglianze come una legge della vita.”

Gioconda Belli parla, con un’intensità dolce e tagliente, di tutte le donne, a tutte le donne. Parla ad ogni cuore e corpo che, narrati dal patriarcato come deboli e dipendenti, hanno la possibilità di alzare la testa, di combattere per sé e per il proprio mondo, di autodeterminarsi.

Io potevo combattere, ero abile quanto chiunque altro con l’arco e le frecce e inoltre ero capace di cucinare e danzare per loro nelle notti placide. Loro, però, non sembravano apprezzare queste cose. Mi lasciavano da parte quando si doveva pensare al futuro o prendere decisioni di vita o di morte. E tutto per quella fessura, quel fiore palpitante, color nespola, che avevo tra le gambe.”

Attraverso le labbra e le fronde delle due protagoniste, l’autrice condanna il patriarcato, il machismo, la sovradeterminazione, li denuncia in tantissime loro forme sottili, radicate, impercettibili, pesanti come macigni. Descrive, con parole che scavano un solco nel petto, quelle sensazioni che tutte noi affrontiamo, in un modo o nell’altro, nella nostra quotidianità: descrive la lotta incessante contro il senso di inadeguatezza, la paura di non essere considerate all’altezza solo per aver lasciato vedere quei tratti assunti dalla società come femminili, l’impegno costante, consapevole che per raggiungere il livello cui gli uomini si autoproclamano è necessario il doppio dello sforzo. La profondità di quello che l’autrice riesce a far sentire non ha parole per essere raccontato in una recensione, è visceralmente impresso in ogni corpo “non maschio”, inconsapevole o in lotta per qualcosa di diverso.

“È una vittoria per me. Non ci sono molte donne nella clandestinità, sai? È il riconoscimento che possiamo condividere e assumere responsabilità, come chiunque. Ma una donna, quando deve affrontare nuovi compiti, sa che deve anche affrontare una lotta interiore; una lotta per convincersi delle proprie capacità.”

“La donna abitata”, tra lacrime, rabbia e desiderio, con un linguaggio fatto di emozioni, parla di lotta contro l’ingiustizia e per la vita, parla di amore semplice e di amore rivoluzionario, collettivo, parla di cambiamento possibile, parla di libertà.Libertà o Morte!

“Il suono dei nostri tamburi deve continuare a battere nel sangue delle attuali generazioni. È l’unica cosa che di noi è rimasta, Yarince: la resistenza.”

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