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QUEER CULTURE ILLUSTRATED GUIDE. Intervista a Mariagloria Posani

In attesa di poter recuperare la presentazione della Guida illustrata alla cultura Queer ci siamo viste con Mariagloria, autrice della fanzine, per fare due chiacchiere ed anticipare quali saranno i temi e gli argomenti su cui ci interesserà discutere.

Queer Culture Illustrated Guide – letteralmente “una Guida Illustrata alla Cultura Queer” – ha un titolo che si spiega da solo. È una mini-enciclopedia illustrata a tutto quello che dovremmo sapere sul mondo LGBTQ+, sui suoi termini e sui suoi abitanti, per combattere l’ignoranza che crea diffidenza e discriminazione – ma prendendosi poco sul serio, per una volta.
Liberata nel mondo nel 2014, ha superato le sei edizioni (limitate a circa 100 copie l’anno e sempre autoprodotte) non smettendo mai di correggersi, ampliarsi e migliorarsi.
La fanzine è completata dal 2017 da un inserto-poster sul mondo drag, A Drag Culture Illustrated Guide; e dal 2019 dal nuovo inserto Love Culture Illustrated Guide.

Cosa significa per te Queer, e perché hai ritenuto importante fare una guida che possa condurre all’interno di questo mondo? È davvero un mondo a parte?
“Queer” è una parola bellissima, purtroppo intraducibile per i suoi livelli di significato a lasagna: basti dire che è nata come un insulto, ed è stata rivendicata dalla stessa comunità di persone che avrebbe dovuto offendere. Un po’ come “frocia” qui da noi. La riappropriazione degli insulti è un esperimento bellissimo, perché toglie alle parole il potere di ferire e crea invece un senso di comunità e unità “contro un nemico comune”, ossia la discriminazione. Per me, quindi, significa questo: lotta alle discriminazioni (di genere, di sessualità, di razza, di classe…) e senso di comunità. Detto questo, quello “queer” o LGBT+ non è un vero mondo a parte, ovviamente, ma, avendo vissuto (e vivendo ancora in molti paesi) di nascosto, separato, nell’ombra, la comunità ha sviluppato una sua sotto-cultura, un suo linguaggio specifico, delle sue regole, che vi assicuro è interessante capire e disegnare.

Che ruolo assumono le parole? Quanto è importante riuscire ad autoidentificarsi, a nominarsi e comunicare per una persona queer?
Ho iniziato questo progetto perché vorrei che le persone avessero un vocabolario condiviso di base, per potersi almeno capire quando si parla di identità. Senza parole non potremmo condividere quasi nulla con gli altri. Non i concetti, i pensieri, noi stessi. Quando dai un nome a qualcosa, quella cosa esiste.
Identificarsi con altri è altrettanto importante, e trovare un nome per definire quello che provi ti fa capire che non sei sol*, ti fa dire “ah! hanno dato un nome a questo sentimento, quindi non sono solo io al mondo”, e questo può essere fondamentale, anche questione di vita o di morte. Dipende da dove hai la fortuna di nascere e da quanto senti bisogno di protezione da persone a te simili.

La tua guida si amplia e si modifica di volta in volta. Quanto è stato importante per te e per la guida stessa creare momenti, come quello che speriamo di recuperare presto, di dibattito e confronto?Fondamentale. La prima edizione risale ormai a 5 o addirittura 6 anni fa (madonna) ed aveva, tipo, la metà dei contenuti. Sicuramente posso studiare da sola, e lo faccio, ma capire attraverso gli altri (che siano attivisti, studenti, persone dentro e fuori la comunità queer di ogni tipo) come il linguaggio cambia, si espande, evolve, è molto più divertente e importante. Già in questi anni, vi assicuro, è cambiato tanto!
Portando in giro i talk sulla Queer Guide sono finita in centri sociali occupati, in università di linguisti, in gruppi studenteschi, librerie, associazioni di femministe over 70… è abbastanza magnifico.

Mentre aspettiamo di vederci di persona con Mariagloria vi invitiamo a fare un giro nel suo sito web dove potrete trovare l’anteprima della guida e avrete la possibilità di acquistarla per leggerla in questi giorni di quarantena!

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La risignificazione dell’università parte da qui, parte da noi!

Ad un anno dall'evento che ha sconvolto le nostre esistenze e che ha messo in luce le contraddizioni latenti dei mondi che viviamo, ci ritroviamo ancora smarritə nella sofferenza cercando, a fatica, di continuare ad immaginare modi di vivere differenti che, nonostante la normalizzazione del dolore impostaci, riescano ad essere possibilità reali e non fantasie utopiche. L'università, uno di questi mondi, accantonata dal dibattito pubblico istituzionale è diventata per centinaia di migliaia di studentə, professorə, ricercatorə, dottorandə un non-luogo ancora più invivibile di quanto già non fosse prima della pandemia. L'ottica utilitarista e pienamente funzionale all'accesso al mondo del lavoro - a patto di eccellere e sgomitare - che l'universo formativo ha, non ha fatto che diventare ancora più palese. Ultima testimonianza di ciò sono le bozze di recovery plan messe in campo dal governo Conte e approvate dall'attuale governo Draghi. Ma l'Università è altro, l'università è tempo, è esistenze, è sete di socialità, di legami, di arricchimento. Ci chiediamo da mesi quali siano le modalità in cui poter risignificare anche con la pratica i luoghi universitari, il sapere, la conoscenza e la passione, continuando a tenere al primo posto la salute collettiva. Le risposte sono state fin da subito l'autogestione, l'autorganizzazione, l'autotutela, che combinandosi con i bisogni e i desideri delle soggettività che attraversano l'università creano spazi di possibilità, di azione, di bellezza. Per questo nasce, già sull'inizio dell'estate 2020, Piazza Studio Autogestita (https://cuabologna.it/2020/06/25/non-ci-accontentiamo-delle-briciole/), un modo di ritrovarsi, di confrontarsi di nuovo e di protestare per le ingiustizie subite fino ad allora, e che purtroppo non sono mai cessate, nonostante i lunghi mesi in cui momenti di agitazione, azione, iniziative in rettorato si sono susseguiti.

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