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Testimonianza di Elena – SPACEWARS

Segue la testimonianza di Elena, studentessa di farmacia all’università di Bologna. Come tanti e tante di noi ha dovuto affrontare tante difficoltà dall’inizio della pandemia, lasciata indietro sia dall’università che dal datore di lavoro. L’accesso alla vita a Bologna è d’élite, frequentare l’università per molti e molte comporta la necessità di trovare un lavoro per poter sopravvivere. Il confine tra la condizione di student* e lavorator* si fa, con il passare del tempo, sempre più labile, in una città in cui il diritto allo studio non può essere scisso dal diritto ad accedere alla città stessa e ad una vita dignitosa qui. Nel frattempo, l’UniBo ha continuato a lucrare sulle spalle di studenti e studentesse, mantenendo invariato l’ammontare complessivo delle tasse da pagare senza offrire pressoché alcun servizio: ci è stata offerta la didattica a distanza ma senza garantirci la possibilità di acquistare i dispositivi tecnologici necessari, sono state chiuse per tantissimo tempo le aule studio (e quando erano aperte i posti erano limitati e dunque insufficienti e le misure per la tutela della nostra salute pressoché nulle). Chiaramente non c’è stata alcuna riduzione delle tasse, le more non sono state sospese, non c’è stato un ripensamento dei criteri di merito, il calcolo della quota da pagare ha continuato ad essere basato sull’Isee del 2018 come se non ci fosse stata nel mezzo una pandemia e la conseguente crisi economica, sanitaria e sociale.

Io studio farmacia e sono iscritta al quinto anno, che è l’ultimo essendo un ciclo unico. Quest’anno ho presentato la domanda per ottenere l’esenzione dalle tasse e il merito non l’ho ottenuto. Per l’isee pagherò (in due rate una ora a dicembre e una a maggio) circa mille euro in totale: secondo i criteri di merito non avevo diritto all’esenzione totale.
Io il mio primo anno avevo accesso anche alla borsa di studio, che poi ho perso, pagando i seguenti due anni; l’anno scorso invece sono riuscita ad ottenere i crediti necessari per avere nuovamente l’esenzione, ma comunque la borsa di studio non la sono più riuscita ad avere.

Io sono di Bologna, quindi da un po’ di mesi sono tornata a vivere a casa dei miei genitori, però prima della pandemia vivevo da sola e adesso mi sto guardando intorno proprio per tornare ad avere una casa mia. A livello economico ho avuto la fortuna che durante la pandemia i miei genitori non sono stati danneggiati perché hanno potuto continuare a lavorare come al solito, perciò anche per il pagamento delle tasse universitarie mi hanno potuta aiutare, soprattutto perché quantomeno ho avuto una riduzione dell’importo massimo (che ammonta, per farmacia, a 2400 euro). In un anno come questo in cui i servizi offerti dall’Università sono stati pressoché nulli, è ancira di più una follia. Siamo rimasti chiusi in casa e non ci è stato erogato alcun tipo di servizio: oltretutto, nello specifico a farmacia, paghiamo così tanto perché ci sono i laboratori – che a causa del Covid sono stati sospesi e recuperati solo adesso, tre giorni a fronte delle due settimane che dovremmo fare. Questo chiaramente è un problema, la cifra a prescindere da tutto è davvero alta, e a maggior ragione adesso: non c’è stato alcun servizio, né i laboratori, né le aule studio, né qualsiasi altra cosa.”

“Non mi sono ritrovata tanto quanto molt* altr* studenti e studentesse ad avere grossi problemi a seguire lezioni online, dare gli esami, studiare in casa eccetera, a parte in alcuni periodi specifici nei quali ero qua dai miei genitori – entrambi in smart working – con anche mio fratello (che non vive più qua ma per un periodo è tornato): con altre tre persone in smart working in casa chiaramente c’erano dei problemi di spazio, ho dovuto contattare altri parenti per farmi ospitare per poter avere uno spazio mio e non condiviso in cui svolgere in tranquillità le varie attività dell’università. Stare in casa a studiare per me è stato ed è un po’ un problema, non è un ambiente che mi permette di concentrarmi in maniera adeguata… e mi ritengo in ogni caso fortunata perché non ho avuto il problema di condividere una stanza con un* coinquilin. Da parte dell’UniBo chiaramente non c’è stato nessun aiuto, né sul piano dei materiali necessari a mettere nelle condizioni di poter seguire online (e non tutt si possono permettere chiaramente di acquistarli da sol*), né sul piano dei servizi offerti al di fuori della DAD, in particolare parlando di una facoltà come quella che frequento io, dove c’è una forte necessità di attività in presenza.
Prima che l’Emilia Romagna diventasse zona arancione, quando le aule studio erano aperte, ho constatato anche grossi problemi a poterle frequentare in tranquillità e tutelandomi. In molte aule studio le norme anti-Covid non sono rispettate, perciò non mi sentivo tranquilla a frequentare (per esempio l’aula studio Unione, dove la gente non teneva le mascherine e l’aria non veniva mai cambiata, o l’aula studio di via Petroni dove la gente stava ammassata e anche lì il ricambio d’aria era pressoché nullo). Anche da questo punto di vista quindi la garanzia di poter studiare “in sicurezza” è venuta meno.
Senza contare il fatto che adesso in aula studio (e anche a lezione) si accede solo tramite QR code. Io ho la fotocamera del telefono rotta dunque mi è impossibile scannerizzarlo. In alcune aule studio c’è il link che ti rimanda direttamente alla pagina d’accesso, in altre invece c’è solo il QR code: mi è capitato, molte volte, di sentirmi dire “non puoi studiare qui se non lo scannerizzi”, oppure “usa il telefono del tuo amico”, nel caso in cui fossi in compagnia. Quindi mi state dicendo che io pago uno sfracasso di soldi per servizi che non vengono erogati e per di più, quando riaprono le aule studio, io non posso scegliere dove andare a studiare, e a maggior ragione essendo la capienza ridotta del 50% il servizio non è neanche garantito, tra l’altro. Mi state quindi dicendo che se non ho i soldi per comprare un telefono all’avanguardia non posso studiare? Che se volessi andare a studiare da sola non potrei entrare in aula studio perché non ho l’amico che mi presta il suo telefono? O semplicemente se avessi, per scelta, un telefono di 20 anni fa non potrei studiare? Quindi cosa devo pensare? Che l’università sta diventanto in tutto e per tutto sempre più a portata di ricchi e chi invece ha meno possibilità rimane indietro e non ha il diritto di accedere all’università nella sua completezza o addirittura per niente?”

In un sistema che ha reso la precarietà normale e che ha educato la nostra generazione ad accontentarsi e ad arrangiarsi, diventa sempre più difficile per i/le giovani studenti e studentesse riuscire a studiare e vivere rendendosi anche indipendenti dalla propria famiglia, a maggior ragione nel mezzo di una pandemia globale. Come dice Elena, è stata per lei una fortuna avere i genitori a Bologna e quindi un posto in cui poter tornare nel momento in cui non ha più avuto alcun modo di mantenersi, privilegio che tant* non hanno avuto. È assurdo pensare che né l’università, né la regione, né lo stato siano stati in grado di offrire alcuna garanzia, lasciando così indietro ogni student* lavorator* che non avesse la possibilità di essere sostenut* economicamente dalla famiglia.
Come tante volte ci siamo dett* in questi anni, lavorare per poter studiare costringe moltissim* universitari* a scendere a compromessi, “scegliendo” lavori precari e privi di tutele, e ovviamente lo scoppio della pandemia ha portato le contraddizioni di questi “lavoretti” sono esplose. Elena racconta di seguito la sua esperienza come fattorina di JustEat, piattaforma di food delivery che offre un lavoro sottopagato, senza garanzie e tutele, che è svolto da moltissim* studenti e studentesse proprio per la sua flessibilità, che lo rende – più di molti altri lavori – compatibile con lo studio.

“Chiaramente quando ho fatto la scelta di vivere fuori di casa ho iniziato anche a mantenermi di più da sola: ho cercato un lavoretto più o meno compatibile con il proseguimento degli studi per poter far fronte alle spese necessarie per affittare una stanza.
Io ho lavorato con just eat a partire da un annetto fa e inizialmente andava anche bene, tutto sommato. Poi è scoppiata la pandemia e io ho continuato a lavorare e all’inizio non andava male, c’erano tanti ordini e quindi lavoro, poi post quarantena c’è stato un periodo durante il quale se prendevo uno slot di un paio d’ore (ndr. Just Eat funziona tramite un’app con la quale si possono scegliere fasce orarie nelle quali rendersi “reperibili” per le consegne) capitavano in tutto un paio di ordini, cioè un guadagno di 5 euro in una serata. A quel punto ho direttamente lasciato il lavoro perché era più la perdita di tempo ed il rischio di stare per strada, a maggior ragione in questo periodo in cui si è aggiunto anche il problema sanitario, che il guadagno effettivo (da cui tra l’altro viene detratto anche il 20% dell’iva)… Ma con 5 euro non mi ci compro nulla. Mi sono trovata quindi nella situazione di dover lasciare casa, e chiedere poi ai miei di ospitarmi mentre cercavo un’altra sistemazione.
Ecco, a livello economico il covid non ha intaccato il reddito della mia famiglia, però a livello mio personale ovviamente si, impedendomi di rimanere indipendente dai miei genitori.”

Per quanto riguarda più nello specifico le mie condizioni lavorative dentro JustEat, all’inizio della pandemia abbiamo dovuto fare fronte noi a tutte le spese per quanto riguardava mascherine, guanti, igienizzante e in generale tutti i dispositivi di protezione individuale. Con il proseguire della pandemia hanno iniziato a distribuire alcune protezioni a lavoratori e lavoratrici, ma comunque nettamente insufficienti: l’ultimo pacco consisteva in un gel igienizzante e due mascherine, che sono arrivate ad ottobre. Non so se rende la situazione… Tra l’altro è passato così tanto tempo da quando ho fatto la richiesta di ricevere dispositivi di protezione personale a quando effettivamente ci sono stati erogati da JustEat, che il pacco mi è arrivato nella casa vecchia (dove, come dicevo, non sto più da parecchio tempo), quindi non sono riuscita comunque ad avere quello che avevo chiesto. Costando così tanto le mascherine e non essendoci stato nessun supporto, neanche minimo, da parte di JustEat per 8 mesi, un sacco di volte è capitato, non solo a me, di dover riutilizzare per giorni la stessa mascherina: sostanzialmente la scelta era tra spendere il misero stipendio in mascherine oppure rischiare la nostra salute.
Io ho scelto di lavorare per JustEat perché è molto comodo, studiando è l’unico lavoro che si possa gestire proprio a livello di orario ed investimento in termini di tempo. Ovviamente c’è un problema nel ritorno economico, mi è capitato come dicevo di trovarmi in situazioni per cui mi rendevo disponibile per un turno di due ore in cui facevo una sola consegna e guadagnavo quindi così poco da non poter fare fronte ad alcun tipo di spesa, rischiando comunque la mia salute fuori di casa.
Ora da qualche mese mi sono fermata, anche perché i miei genitori non hanno affatto piacere che io faccia questo lavoro. Non so se sia cambiata la situazione in questo periodo, però è capitato svariate volte, nello scorso lockdown, che ci fossero tantissimi ordini da Burger King, per esempio, e ci trovavamo in 50 riders lì ammassat* ad aspettare ci venisse consegnato l’ordine che dovevamo effettuare. Questo ovviamente non in sicurezza. Non c’è stato alcun tipo di tutela. A breve ricomincerò, proprio perché come dicevo ho necessità di rendermi indipendente; vedremo come proseguirà tutta la situazione con il nuovo contratto a gennaio. Quando ho iniziato avevo almeno la certezza di riuscire a pagarmi l’affitto della stanza, per quanto in ogni caso avessi bisogno di un aiuto dai miei genitori per il resto: non posso però immaginarmi di trovare un altro lavoro (e figuriamoci adesso) che mi permetta anche di continuare a studiare. Per qualsiasi altro lavoro dovrei scegliere e fare l’una o l’altra cosa.”

Bologna è una città in cui è difficile vivere, rimanere a galla, mantenersi. Gli affitti nonostante la pandemia praticamente non si sono abbassati… e qua sono esorbitanti! Adesso sono riuscita a trovare casa ma è stata ovviamente un’epopea. È sempre stata a discrezione dei proprietari di casa l’eventuale sconto o addirittura sospensione degli affitti, però questi sono casi davvero isolati, nella maggior parte delle situazioni non c’è stata alcuna agevolazione. Io chiaramente ho avuto la possibilità di continuare a vivere qui perché sono di Bologna, non fuori sede, e ho potuto appoggiarmi ai miei genitori, ma comunque ho dovuto rinunciare all’indipendenza che stavo provando a costruirmi, vivendo da sola e pagandomi da sola molte spese.”

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