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Storia di Agitu

La lotta di una donna contro patriarcato, colonialismo e narrazioni giornalistiche tossiche.

Il 29 dicembre, Agitu Ideo Gudeta è stata ritrovata senza vita nella sua casa di Frassilongo, colpita a morte e violentata da un suo dipendente. L’ennesimo caso di femminicidio, in un 2020, ormai concluso che conta 72 vittime.
Agitu nella sua vita ha lottato tanto contro un sistema di cui ha incontrato le molteplici facce e che, anche dopo la sua morte, continua ad agire violenza nei suoi confronti, con narrazioni tossiche che alimentano la violenza patriarcale che l’ha uccisa.

Agitu era nata ad Addis Abeba, in Etiopia, a 18 anni si era trasferita a Trento, per studiare sociologia. Era poi tornata in Etiopia, ma successivamente fu costretta a scappare, decidendo di tornare in Italia. Era stata minacciata da parte del governo guidato dal Fronte di Liberazione del Tigrè, perché partecipava all’opposizione e alle manifestazioni contro le condizioni di sfruttamento della Regione dell’Oromia e dei contadini. Sia in Etiopia che in Italia si era battuta per difendere i territori e per una vita degna, libera dalle varie linee di dominazione colonialista del capitalismo.

Dopo la sua morte, i commenti dei giornali non hanno tardato ad arrivare; Agitu, nonostante i suoi 42 anni, è stata dipinta come ragazzina, il suo corpo è diventato oggetto di discussione, razzismo, classismo e sessismo si sono mescolati. Da un lato chi si è soffermato sulla nazionalità del femminicida, che sembra essere l’unico dettaglio rilevante, dall’altro chi ha cercato di presentare l’Italia come terra d’accoglienza, nel tentativo di nascondere le aggressioni di matrice xenofoba che aveva subito, e dandole dignità solo accostandole la parola “imprenditrice”. Il tutto mostrando con estrema brutalità la violenza maschilista, razzista e colonialista che può essere agita verso una persona, e che le testate giornalistiche alimentano ogni giorno.

Negli articoli l’Italia diventa un posto sicuro e accogliente, immune dal razzismo, nonostante i porti chiusi, le numerose leggi che ostacolano il più possibile l’ottenimento della cittadinanza o del permesso di soggiorno. Descritta come terra della tolleranza, che avrebbe permesso ad Agitu, dipinta invece come una ragazzina debole e bisognosa, di potersi realizzare e quindi di essere considerata integrata, perché è riuscita a metter su un’impresa.
Gli articoli sulla morte di Agitu continuano ad alimentare la narrazione dominante sull’immigrazione: le soggettività migranti smettono di essere persone, meritano di essere accolte solo se manodopera, degne di nota solo se produttive per il paese.

I giornali, con le loro parole, sono complici e fautori di questo sistema assassino.

 Noi ricordiamo Agitu nella rabbia e nella sua voglia di lottare contro multinazionali, contro razzismo, sessismo e prevaricazioni di ogni tipo! Mostra meno

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